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SPILLO/ La Confindustria “vera” di Squinzi

Giorgio Squinzi (Infophoto)Giorgio Squinzi (Infophoto)

Qui la relazione di Squinzi non ha certo fatto sconti al suo coetaneo e concittadino Mario Monti. Con questi livelli di imposizione fiscale e con questa inefficienza della macchina pubblica, ha lasciato chiaramente intendere il neo-leader degli industriali - l’Azienda Italia non va da nessuna parte, e rischia di non riaccendere il motore. E su questo piano il taglio dei costi energetici è infinitamente più importante del braccio di ferro sull’articolo 18. Qui l’antiretorica e la compostezza dell’esordio ha certamente fatto sì che Squinzi fornisse un contributo non da poco a un clima politico-istituzionale nel quale la confusione dei ruolo, l’abuso delle prerogative e la sottrazione alle responsabilità sta diventando la regola.

Se le imprese riescono a essere accettabilmente “vere” spingeranno a fare altrettanto i tecnici al governo - che non devono essere distratti dalle sirene della campagna elettorale già iniziata; ma anche i politici, che non devono interferire nelle scelte d’emergenza del governo Monti e devono preparare un ritorno alla normalità democratica con programmi credibili. Squinzi - a differenza di Sergio Marchionne - non se n’è andato a Detroit: non gli è passata la voglia di provare a ricostruire un’Italia “vera”. 

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