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FINANZA & POLITICA/ Italia, "istruzioni" per un nuovo Dopoguerra

Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini (Infophoto)Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini (Infophoto)

È allora che l’establishment italiano (ma accade anche in Germania) si mostra certamente incapace - per dirla con Vittadini - di una “svolta liberale”: imbocca una scorciatoia senza capire che comporta un’inversione a U, poi un vicolo cieco e infine il precipizio. E il fascismo finisce per tirar fuori molto del peggio della società italiana, rifiutandone il meglio. Le stesse radici di un’economia chiusa al mercato - costantemente deprecata poi dagli ultraliberisti all’italiana raccolti attorno a Mediobanca - stanno assai più nell’Iri degli anni ‘30 che nella Cgil del 1969. E la cultura monopolista dello Stato fiscale sopravvive poi nella “Repubblica nata dalla Resistenza”: un altro format cui sembra attagliarsi l’ultima provocazione di Vittadini.

L’“ultrapolitica”, l’assolutismo “salvifico” della politica è solo un’altra forma di antipolitica e forse non la più ingenua o innocua. Certo, riconosce l’articolo, la Seconda Repubblica - il “ventennio berlusconiano” - ha fallito come i tentativi precedenti sull’eterna frontiera italiana: quella sulla quale la società sembra avere i numeri per vincere (come nel boom del dopoguerra), quella sulla quale poi le istituzioni e il “government” perdono (come negli anni ‘70 e ’80), trascinando con sé la società, le imprese, le persone. E questo impone puntualmente alla stessa società di ripartire da se stessa: senza mai un manuale di istruzioni affidabile, salvo “una certa idea di Italia” che è per esempio quella in cui Napolitano si è specchiato a Rimini molto più di quanto gli sia forse stato possibile a Roma, come “Capo dello Stato”.

(Vittadini sottolinea correttamente che l’ennesimo “fallimento di rivoluzione liberale” si rivela evidente quando il centrodestra ha una maggioranza parlamentare larghissima, dopo il voto del 2008. Anche tra qualche anno non sarà però facile giudicare quanto il berlusconismo abbia dilapidato un capitale di “liberalismo in potenza” - insito ad esempio nel suo Dna di imprenditore - e quanto sia stato contrastato da forze che - un secolo e mezzo dopo - reagiscono a tutti i tentativi di consolidare in Italia quell’“economia sociale di mercato” che oggi, forse più correttamente, viene chiamata “sussidiarietà”).

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