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FINANZA/ Ecco come rompere l'oligopolio delle agenzie di rating

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Esemplare, pochi giorni fa, il commissario Ue al mercato interno, Michel Barnier: «Lei ha ragione - dice il commissario francese all’intervistatore - nel mercato dei rating c’è troppo poca concorrenza, favoriremo la nascita di nuove iniziative private. Ma la questione chiave è ridurre l’importanza delle valutazioni nei parametri usati dalla regolamentazione dell’attività creditizia». Ineccepibile: lo sanno per prime le banche italiane quale cocktail micidiale possa derivare dall’immissione di rating “privati” (generati dal mercato) in momenti di regolamentazione “pubblica” o “semi-pubblica” (principi contabili Ias, Basilea 3 e stress-test Eba, ecc.). In ogni caso la “vision” (comprensibile e in parte rilevante condivisibile) è “poteri pubblici contro poteri di mercato”. È la stessa che periodicamente mette sui tavoli del G-20 la “Tobin tax” (la tassa sulle transazioni in funzione di freno e “punizione” alla speculazione) o varie forme di messa al bando degli hedge fund.

Ma proprio nel caso dei rating è più visibile quanto i tentativi dei poteri pubblici di “ri-contenere”, almeno, i mercati, abbiano il sottile e proverbiale irrealismo di chi vorrebbe ricacciare il genio nella lampada o il dentifricio nel tubetto. Fino a un quarto di secolo fa, in un sistema finanziario spezzettato in aree valutarie nazionali fatte funzionare essenzialmente da Stati e banche con prodotti elementari (depositi e titoli di Stato) la vigilanza delle banche centrali sulla solidità degli intermediari era più che adeguata: svolgeva di fatto la funzione di assegnare “merito di credito”. È nei primi anni ‘80 che tutto cambia: i mercati finanziari diventano adulti, si aprono, si integrano, assumono dimensioni e complessità prima sconosciute.

I “supervisor” nazionali entrano in crisi e (come purtroppo si è verificato) perdono via via la capacità di controllare i rischi assunti degli stessi intermediari sottoposti alla loro vigilanza (lo stesso progetto Unione bancaria, fresco di firma, certifica l’obsolescenza delle vigilanze pubbliche nazionali, con buona pace dei nostalgici anti-mercatisti) Certamente, comunque, non era e non può essere compito dei “vigilantes” pubblici supportare le scelte degli investitori: dei piccoli risparmiatori privati o i grandi gestori istituzionali. Chi può dire a un fondo pensioni australiano quanto una banca italiana, uno Stato sudamericano, una multinazionale indiana è affidabile?

Alla fine riesce a dirlo, ha interesse a dirlo, solo il mercato medesimo: generando “arbitri” professionali e privati pagati dal mercato stesso, senza necessità di authority pagate dai contribuenti. Strutture che canalizzano il classico “passaparola”, che danno contenuto tecnico di giudizio e comunicazione riconosciuta al “nome su piazza” di una società, di una banca, di uno Stato. Standard & Poor’s e Moody’s nascono così nella Wall Street “d’antan”: un po’ gestori di dati e indici di Borsa, un po’ editori di newsletter, un po’ analisti, un po’ consulenti. Gli investitori sono disposti a comprare i loro servizi fino a quando risultano attendibili e aggiornati; gli emittenti di titoli sono disposti a pagare per fregiarsi del rating S&P’s in quanto giudicato attendibile, accettabilmente professionale e indipendente: sulla carta il modello “di mercato” sta in piedi. E l’impresa “profit” sembra vincere su tutta la linea: sollecitata dal mercato, produce servizi più efficienti e di qualità rispetto a un’authority burocratica, che non risponde al mercato ma allo Stato.

I conflitti d’interesse, i rischi di “cattura” da parte delle autorità pubbliche o del mercato? Il manuale del libero mercato dice che possiamo stare tranquilli: gli azionisti privati delle agenzie di rating (benché possano essere essi stessi attori del mercato) sanno che il valore del loro investimento (profitti e capitalizzazione di Borsa) è esclusivamente legato alla costante capacità “imprenditoriale” delle agenzie di stare sul loro mercato: di non sbagliare un colpo, di non essere sospettabili.


COMMENTI
16/07/2012 - AGEZIE DI RATING (delfini paolo)

LA CRISI PROVOCATA DA TROPPO POCO MERCATO? ENNESIMO SFORTUNATO SLOGAN LIBERISTA.