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FINANZA/ Ecco come rompere l'oligopolio delle agenzie di rating

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All’inizio del secolo ventunesimo la realtà - come quasi sempre - ha smentito sia teoria che la fantasia. Cinque giorni prima di un default epocale, nel settembre 2008, i rating di Lehman sono alti e stabili. Tre anni dopo è lo stesso presidente degli Stati Uniti a stracciarsi le vesti perché S&P’s ha tolto la tripla A al debito sovrano di Washington, mettendo in dubbio le capacità di governo del primo capo di Stato del pianeta (e questo, a rigore, potrebbe perfino essere un grosso punto di merito per l’oligopolio del rating: ma non per un presidente alla vigilia delle elezioni di riconferma e dopo aver fallito tutti i tentativi di rifare un po’ d’ordine a Wall Street). Già nell’estate 2011, comunque, una procura periferica del meridione italiano indaga sui metodi delle “tre sorelle” con criteri che - almeno per ora - né Sec, né Fbi hanno utilizzato. E i magistrati di Trani - attraverso intercettazioni e altre azioni investigative - scoprono che nel “mercato dei rating” c’è - come minimo - molta più approssimazione e molta meno trasparenza di quanto i manuali prescrivono e la “vulgata” dei mercati hanno fin qui raccontato. Sono i vizi tradizionali dell’oligopolio: che fare?

Non per coincidenza, il primo tentativo di portare nuova concorrenza a S&P’s, Moody’s e Fitch è venuto dalla Cina. Pechino non sarà la capitale di un sistema economico “di mercato”, ma - certamente più dell’Ue - ha chiare oggi tutte le dimensioni della “competizione globale” per averle sperimentate nel farsi largo sui mercati del pianeta. Dagong, l’agenzia di rating cinese, è un caso esemplare: è stata fondata nel ‘94, per alcuni anni ha compito una sorta di lungo “stage” presso Moody’s (naturalmente per “copiare l’arte”). Oggi la sua proprietà non è nota (ma è quasi certo un aggancio sostanziale con le autorità monetarie cinesi). I suoi rating sono ultra-severi e vengono citati dei media euroamericani ancora in chiave folkloristica: ma non più del tutto, dopo che Pechino ha investito porzioni crescenti delle sue riserve in debiti sovrani Usa-Ue.

In ogni caso, la Cina non ha ancora un’economia finanziaria di mercato compiuta , ma ha già la “sua” agenzia di rating (per ora semipubblica). L’Europa (o meglio: l’eurozona) rimane uno dei principali terreni di gioco della finanza globale, ma non ha sua agenzia di rating. Crearne una (o meglio ancora: due) da zero non è impossibile: la Bce è nata dopo pochi anni di incubazione nell’Ime e ha dato buona prova di governo monetario sotto stress. Ma stavolta sarebbe il mercato alla prova: UniCredit, SocGen, Santander, Deutsche Bank saprebbero impiantare un’agenzia competitiva? (Per una volta lasciamo stare la City: sono fuori dall’euro, remano contro sul “fiscal compact”, su Basilea 3 e su molto altro: se vogliono essere offshore, ci provino per davvero).

Chissà, il mercato stesso - da cui evidentemente indietro non si torna - apprezzerebbe altrettanto che le tre sorelle di Wall Street aprissero il capitale a investitori europei. Oppure che la più giovane (Fitch) riscoprisse le sue radici europee (e un pezzetto erano perfino italiane: Ibca). Vi fidereste di una nuova superagenzia “Moody’s-Dagong”? Chi scrive queste brevi note non sarebbe così diffidente: ovviamente quando le informazioni fossero interamente e indifferentemente accessibili attraverso Google e Baidu.

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COMMENTI
16/07/2012 - AGEZIE DI RATING (delfini paolo)

LA CRISI PROVOCATA DA TROPPO POCO MERCATO? ENNESIMO SFORTUNATO SLOGAN LIBERISTA.