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lunedì 16 luglio 2012
Le agenzie di rating tornano nel mirino di governi, media e opinioni pubbliche negli stessi giorni in cui la “banda del Libor” subisce un colpo durissimo: certamente per alcune carriere e per la reputazione di certe piazze. Due oligopoli, quello dei rating e quello dei tassi-benchmark del mercato monetario. Il primo fatto di sole tre sorelle, tutte americane; il secondo un po’ più esteso nella globalità, ma sempre incardinato sull’asse Wall Street-City.
Ma del resto cos’era la finanza derivata alla vigilia del crac di Lehman Brothers? Le emissioni di collaterali di crediti immobiliari (quelli che hanno caricato mercati e banche di rischi esplosivi) era sostanzialmente un duopolio articolato: da un lato le due agenzie para-pubbliche (Fannie Mae e Freddie Mac), dall’altro molte major newyorchesi “dead walking” (Bear Sterns e Lehman) o poi salvate dal piano Paulson (Goldman Sachs, JP Morgan, Bank ok America). La cosiddetta finanza globale, in ogni caso, è ancora un mondo in cui sopravvive egregiamente il fixing dell’oro a Londra, tutt’ora elaborato quotidianamente dal “Club dei Cinque”: non più un oligopolio “old” di broker in bombetta come Samuel Montagu, ma un oligopolio “new” di cinque colossi bancari (ancora Barclays, Deutsche e SocGen, oltre a Hsbc e ScotiaBank). Pur sempre “Square Mile” come nel 1919: una rete ristretta di uffici e club nel cuore della City.
L’oligopolio finanziario “troppo grande per fallire” - avversario “duro a morire” per l’America di Obama come per l’Europa della Merkel - rimane dunque al centro del confronto intellettuale e politico più serio (ne è però fuori il ministro Fabrizio Barca, fino a ieri senior economist di Bankitalia e Ocse e dirigente generale del Tesoro: i giudizi di Moody’s, dall’oggi al domani, raffazzonano «chiacchiere da salotto»? Il tecnocrate neopopulista-snob si disilluda in fretta: come candidato-premier nel 2013 - Barca è stato preconizzato da alcuni come “nuovo Prodi” - Beppe Grillo è già avanti di dieci punti).
Sulla distruzione dell’oligopolio duellano comunque da tempo - in modo particolarmente leggibile riguardo le agenzie di rating - la critica antimercatista (“di sinistra”) e quella ipermercatista (“di destra”) La prima - molto europea - ripete che il collasso dei mercati è stato causato dai suoi eccessi liberisti e che la ricostruzione “antisismica” esige più regole, freni più stretti, nuovi/vecchi muri. Opposto, ma non meno severo, l’approccio dei critici “mercatisti” (come, ad esempio, Luigi Zingales, italiano di Chicago): la crisi è stata originata da “troppo poco mercato” e la cura del pur grave “incidente di crescita” non può che essere l’immissione delle dosi mancanti di tutto ciò che avvicina all’archetipo della “concorrenza perfetta”.
LA CRISI PROVOCATA DA TROPPO POCO MERCATO? ENNESIMO SFORTUNATO SLOGAN LIBERISTA.
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