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FINANZA & POLITICA/ Mediobanca e quell’aria di epurazione

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Nel frattempo, il vento dell’epurazione sembra soffiare più forte anche su Mediobanca. La sconfitta riportata contro il gruppo Salini nel “testa a testa” finale in assemblea Impregilo è oggettiva: per di più è costata la presidenza a Fabrizio Palenzona, vicepresidente di UniCredit, uomo forte in Piazzetta Cuccia nel proteggere una sostanziale continuità dopo la morte di Enrico Cuccia, la brusca fuoriuscita di Vincenzo Maranghi e i tentativi di Cesare Geronzi di ridimensionare il management interno (Renato Pagliaro e Alberto Nagel). Questa stessa continuità, tuttavia, ha - altrettanto oggettivamente - trasformato in un “cahier des doléances” quello che per decenni era stato - o almeno sembrato - un forziere pieno di tesori.

Sotto i riflettori, in queste settimane, la metastasi del gruppo Ligresti: per la prima volta nella sua storia, Mediobanca si è ritrovata a subire, non a imporre le sue posizioni multiple (azionista, partecipata, creditrice, advisor). I fari imbarazzanti della Procura sulla faticosissima fusione-salvataggio fra FonSai e Unipol sono solo un riflesso mediatico-giudiziario di problemi strutturali, squisitamente finanziari e imprenditoriali.

Più simbolica, ma non meno rilevante, la crisi delle Generali: la grande compagnia non solo ha costretto per la prima volta la banca d’affari controllante ad accusare minusvalenze sulla partecipazione, ma ha forzato il management Mediobanca a estromettere il loro “fratello di latte” al vertice del Leone. E Giovanni Perissinotto è stato per la prima volta sostituito con un top manager esterno alla tradizione triestina (Mario Greco).

E Telecom? Dopo aver protetto l’Opa di Colannino, nel ’99 e la lunga parentesi di Tronchetti Provera, Mediobanca è ora uno dei custodi del binario morto in cui arrugginisce un’ex Azienda-Paese. Mentre Rcs - di cui Piazzetta Cuccia resta azionista-leader - è sempre meno “media company” e sempre più specchio della guerriglia feudale fra i potentati finanziari del Paese. Metafora ultima di una Mediobanca “in cerca d’autore” è stato il singolare armistizio siglato - nella sala-convegni di Piazzetta Cuccia - con gli stati maggiori delle Fondazioni bancarie italiane.

Un approccio “epurativo” duro e puro difficilmente risparmierebbe Mediobanca, oggi, dal finire appesa in Piazzale Loreto: certamente è questo il punto di vista di una delle firme di punta del manifesto gianniniano, l’ultra-liberista Luigi Zingales. Ma chissà se Giannino - antico figlio della vasta “famiglia allargata” che ha sempre avuto in Via Filodrammatici il suo tempio focolare - “epurerebbe” davvero l’istituto che fu di Enrico Cuccia in nome delle “eccezioni individuali”. Anzi: forse la categoria dell’“eccezione individuale” è stata pensata proprio attorno a Cuccia, caso esemplare di transito indolore e vincente da una ventennio all’altro.