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DIETRO LE QUINTE/ L’exit strategy di Squinzi e Azzi

Giorgio Squinzi (Infophoto)Giorgio Squinzi (Infophoto)

Se gli industriali non assegnano al governo la sufficienza, il credito cooperativo non è molto lontano: e si tratta di due grossi pezzi dell’Azienda-Italia che per prassi dialogano con i governi in carica e che raramente si sono ritrovati in netta opposizione politico-culturale rispetto a personaggi come Monti, Draghi, Visco. Per questo la semplice evidenza di cronaca appare politicamente più significativa del merito delle questioni: di qualche miliardo “cresci Italia” in più o in meno, di una spending review più o meno drastica, di un comma in più o in meno da limare sul nuovo articolo 18.

Quando Squinzi - con Susanna Camusso - dice no alla “macelleria sociale” esprime un “sentire” che va al di là del terreno delle relazioni sindacali o dello sviluppo della riforma del lavoro. Lo stesso Azzi parla di “credit crunch”, ma si percepisce chiaramente che lo fa in termini simbolici per conto di un milione di soci delle Bcc sparsi in tutta la penisola: artigiani, commercianti, piccole imprese, cooperative, anche piccoli enti locali. C’è un Paese che non ce la fa più, ma - forse più e prima ancora - non ce la fa più a vedere che le cose procedono “tecnicamente”: e non per pregiudizio o disistima per i tecnici, ma perché dopo anni di shock e di compiti a casa, una democrazia europea consolidata, un sistema-Paese non privo di numeri sul piano dell’intraprendenza economica, vuole rimettersi in gioco.

Lo ha già fatto varie volte: l’ultima è stata dopo i terribili anni ‘70, anche allora tutto sembrava irreversibilmente compromesso. E allora fu l’onda lunga dell’Italia “sommersa” - molto più della magistratura all'inizio degli anni ‘90 - ad archiviare la Prima Repubblica. Anche oggi, in fondo, la domanda urgente di una “nuova politica” viene dall’Italia “del lavoro”, quella onnicomprensiva dell’articolo 1 della Costituzione.

Non se la prendano i tecnici: a Draghi e Monti il Paese sa di dover essere grato (anche se forse più per quello che hanno fatto dal 2008 in poi che per quello che hanno detto o fatto fino al 2008). Chi vuol fare politica (magari lo stesso Monti) deve invece attrezzarsi in fretta: le vacanze sono finite. Anzi, sta cominciando già in estate l’anno scolastico che si concluderà in primavera con l’esame elettorale (anche in Germania, dopo le presidenziali Usa di novembre).

Le materie sono quelle di sempre, ma i programmi di studio non sono definiti e qui sta in fondo l’eterno “bello della politica”: quello che vent’anni fa ha fatto emergere un imprenditore come leader del Paese, quello che oggi difficilmente consegnerà l’asso pigliatutto a un “nuovo Berlusconi”. Tanto meno a giornali-partito.

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COMMENTI
09/07/2012 - CI RISIAMO (ANTONIO DE BONIS)

Agli Industriali già cominciano ad andare strette le scarpe, forse per colpa della nuova politica economica, o perché non si riescono più a combinare gli affari come prima, e gli stessi, sfruttano il malcontento della gente, degli operai, dei lavoratori in genere per remare contro l'attuale esecutivo. Mi auguro che questo non accade, altrimenti sarà un secondo disastro dopo quello precedente.