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FINANZA & POLITICA/ L’autunno caldo delle ri-privatizzazioni

Per autunno il Governo di Mario Monti sembra pronto a mettere in campo un piano di privatizzazioni che contribuisca a tagliare il debito. Il commento di GIANNI CREDIT

Romano Prodi e Mario Monti (Infophoto)Romano Prodi e Mario Monti (Infophoto)

Brevi giorni a Sankt Moritz consentiranno forse a Mario Monti di stringere - virtualmente sul posto - un accordo con la Svizzera che fotocopi quello già raggiunto con Berna da Germania e Gran Bretagna. Forse recuperare gettito fiscale dai capitali esportati decenni fa o negli ultimi giorni non rappresenterà la bacchetta magica per i conti pubblici italiani: né per sostenere il bilancio corrente, né per frenare la fuga di ricchezza finanziaria nazionale. Ma sarà comunque un punto a favore del governo e non gioverà attardarsi sul confronto costi/benefici con la terapia tremontiana degli “scudi” e dei condoni.

Alla vigilia di mesi che si annunciano durissimi per l’intero sistema-Italia, tutto torna utile. Ma in attesa che il premier cominci a svelare all’inizio del Meeting di Rimini le sue strategie per la “campagna d’autunno”, l’esecutivo sta già armando l’unico “bazooka” a disposizione “qui e ora”: un piano di privatizzazioni che comincino a tagliare il debito, confermando gli impegni con l’Europa e cominciando a costruire difese “anti-spread” che aiutino o riducano gli eventuali interventi della Bce sui mercati.

La cronaca degli ultimi giorni non disegna scenari rassicuranti. Mediobanca - l’unica storicamente capace di operare quanto meno da regista di raccordo con le grandi investment bank globali - è stata colpita duramente dal caso FonSai, nel bilancio e nel prestigio. All’estremo opposto la Goldman Sachs ha lanciato segnali inquietanti: negli stessi giorni in cui l’amministrazione Obama le ha concesso una definitiva impunità per i disastri di Wall Street, la banca “del Britannia” - che fu capofila nel gestire le privatizzazioni italiane degli anni ’90 - ha scaricato speculativamente tutti i suoi Btp in portafoglio. Ma indulgere nel gossip polemico sui legami di Monti o di Mario Draghi o dello stesso Romano Prodi con la Goldman può essere a questo punto pretestuoso e depistare il dibattito che sta precedendo decisioni che lente certo non saranno.

La Corte dei conti - per ultima - ha bocciato nel 2010 le dismissioni dei gioielli statali operate nel decennio precedente, prevalentemente dai governi del centrosinistra (anzitutto Telecom e Autostrade). L’errore principale - che difficilmente a posteriori viene più negato da alcuno - è stata l’assenza di chiarezza sugli obiettivi di quella grande operazione politico-economica. Anche allora l’Italia - reduce dalla crisi della lira nel 1992 - doveva sistemare le sue finanze pubbliche per salire sul treno dell’euro: quindi avrebbe dovuto “far cassa”. Ma l’integrazione europea e la globalizzazione ponevano - non diversamente da oggi - l’esigenza di ristrutturare l’zienda-Paese: di far crescere gruppi-leader, di aumentare la competitività esterna dell’intera economia rispondendo alla nuova concorrenza e cavalcandola. Non da ultimo, lo sviluppo dei mercati finanziari indotto dall’offerta di nuovi titoli azionari avrebbe dovuto superare una finanza “bancocentrica” ritenuta obsoleta, allocare meglio un risparmio nazionale ancora abbondante e attirare in Italia capitali esteri.


COMMENTI
13/08/2012 - per favore abbiate buon senso (francesco taddei)

l'italia non ha la forza, sia istituzionale, sia politica, sia culturale, di difendere i propri gioielli. riduciamo la p.a. e cediamo quote delle municipalizzate e gli immobili pubblici. e forse continueremo ad esistere.