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FINANZA/ Mediobanca, Rcs, Fiat: il nuovo "risiko" dei poteri forti

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Nel frattempo Piazzetta Cuccia deve badare all’impasse di Rcs, l’editoriale esemplare della leadership finanziaria milanese così come la Bocconi lo è di quella cultural-imprenditoriale. La media company del Corriere della Sera soffre, come altri grandi gruppi del settore, di una tripla crisi: recessione, trasformazione dell’Ict e del mercato dell’informazione, inefficienze legate a un controllo frammentato, non orientato alla redditività aziendale, condizionato da varie logiche politiche. Il conto è comunque arrivato a metà 2012 con una pulizia di bilancio da 400 milioni di euro e con il cambio di amministratore delegato. Pietro Scott Jovane sta accelerando nell’elaborazione di un piano di riassetto e ha già operato alcune dismissioni (Flammarion). Ma il fallimento dell’avventura spagnola (Unidad Editorial) ricorda quelli di une ventina d’anni fa: Rcs Video (acquisizione della statunitense Carolco) e Fabbri Editore (ceduta da Ifi). 

La legge, comunque, assieme alle esigenze di bilancio, impone a Rcs di ricapitalizzare e può sembrare un paradosso che un’azienda periodicamente soggetta a rastrellamenti e scalate (l’ultima volta all’inizio di settembre da parte di Diego Della Valle) tenga congelata un’operazione sicuramente alla portata dei soci del patto (a cominciare da Mediobanca, Fiat e Intesa Sanpaolo) e di quelli che scalpitano fuori (Della Valle o Giuseppe Rotelli). Ma tant’è, visto l’esito del patto di sindacato di venerdì, mettere in cantiere un aumento di capitale azionario significa mettere in discussione gli equilibri di controllo del “Corriere” alla vigilia della tornata elettorale.

E se Mediobanca ha qualche problema di identità e di bilancio, Fiat, in questo momento, non è certamente in grado di versare un solo euro per mantenere una partecipazione editoriale diversificata nel mentre sta bloccando i suoi investimenti industriali “core” in Italia e si accinge a chiedere sussidi pubblici (sgravi fiscali o cassa integrazione).

Sabato, del resto, a Palazzo Chigi il rinvio è andato in scena per la stessa crisi del Lingotto. Al vertice Fiat, in fondo, premeva, “accusare ricevuta” dal governo italiano della propria decisione di non procedere agli investimenti in Italia (20 miliardi di preventivo) recita il comunicato torinese. L’esecutivo Monti ha concesso a metà il riconoscimento: il summit è stato informale e non ha partecipato il ministro del welfare, Elsa Fornero. E poco è filtrato di veramente preciso sulle richieste reciproche (aiuti all’auto verso garanzie occupazionali): probabilmente perché nulla è stato davvero messo sul tavolo.