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SPILLO/ Montepaschi, Bankitalia e il guardiano del re

Partendo da una massima dell’Avvocato Gianni Agnelli, GIANNI CREDIT fa una riflessione su quel che sta accadendo in questi giorni sulla Banca Montepaschi di Siena

Giuseppe Mussari (InfoPhoto)Giuseppe Mussari (InfoPhoto)

Fra le mille arguzie attribuite a Gianni Agnelli - di cui ricorre proprio oggi il decennale della morte - c’era questa: «Il guardiano delle scuderie del re non può non conoscere bene tutti i ladri di cavalli del regno». Dicevano che l’Avvocato-Re rispondesse così a chi - talora - aggrottava il ciglio di fronte a Luciano Moggi, plenipotenziario della sua Juventus. Di Moggi oggi si ricorda soprattutto un finale di carriera wagneriano: che a molti sembrava annunciato, ma di cui ancora si discute (e “Lucianone” un po’ di popolarità deve averla conservata se qualcuno gli ha proposto di candidarsi alle imminenti politiche).

Resta il fatto che durante gli anni in cui Moggi “custodiva” la Juventus nessuno è mai riuscito a sottrarre scudetti o top player al club bianconero: nessuno si permetteva di nascondere operazioni di mercato (o di sistema-calcio) a quello che era il più attento e incisivo vigilante che il mondo del pallone si era comunque dato.

Certo, il sistema bancario - in teoria - non dovrebbe essere un terreno selvaggio come le praterie del football: almeno di questo siamo tutti convinti, benché gli ultimi anni abbiano fatto ricredere molti, sulla propria pelle. A Wall Street la Fed ha fallito, nella City è subito andato in pezzi il giovane pedigree della Fsa, in Germania il granitico sistema Buba-Bafin non ha impedito crac di banche pubbliche e private; in Francia il giovane impiegato Kerviel si è fatto beffe della leggendaria tecnocrazia forgiata ancora da Napoleone. In Italia scopriamo oggi che la banca centrale è riuscita a tenere unito il gregge al riparo del più terribile uragano della storia, salvo una pecora, neppure troppo piccola: la pecora rossa del Montepaschi. La quale - proprio perché di colore diverso da tutte le altre (è rimasta l’unica banca del Paese a non essersi privatizzata, in barba a una legge che ha ormai quasi un quarto di secolo) - avrebbe dovuto essere controllata più e meglio di altre.

Può darsi che il “moral hazard” che alla Lehman aveva portato a truccare “legalmente” i conti pieni di derivati usati come droga abbia spinto i vertici della Rocca a nascondere alla Banca d’Italia i propri derivati usati come farmaco (ma lo devono accertare i magistrati, non i giornali e tanto meno i candidati alle politiche, soprattutto se ex magistrati). Né alcuno potrà mai dubitare della buona fede e della professionalità degli alti funzionati della Banca d’Italia: quella di Mario Draghi e ora di Ignazio Visco.


COMMENTI
24/01/2013 - Moggi e Draghi (Giuseppe Crippa)

Trovo troppo ardito l’impianto di questo articolo e improponibile il parallelo tra Moggi e Draghi. Infatti se l’Avvocato fosse stato vivo, Moggi non sarebbe stato vittima di una vicenda che di mese in mese lascia trasparire i suoi aspetti più loschi ed i suoi mandanti inconfessabili, e che ha danneggiato irreparabilmente le vite di numerose persone e non soltanto quella del Guardiano delle Scuderie della Juve. Se poi la tesi dell’articolista è che Draghi si dovrebbe dimettere, gli ricordo che la nostra Costituzione prevede che sia il Governo e far rispettare le leggi e che quindi se “una banca non si è privatizzata in barba ad una legge in vigore da quasi un quarto di secolo”, la colpa è di chi ha governato in questo quarto di secolo.