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FINANZA & POLITICA/ Anche Monti ha bisogno dell’"Agenda Albertini"

Gabriele Albertini (Infophoto)Gabriele Albertini (Infophoto)

Se la candidatura leghista dell’ex ministro Roberto Maroni odora di “ridotto” di un vecchio regime, quella di Umberto Ambrosoli - privo di esperienza politica e in fondo lontano dallo stesso centrosinistra - getta ombre sulla forza apparente del duello nazionale fra il “funzionario” Bersani e il “rottamatore” Renzi: non privo di contenuto e di realismo simbolico. La recente candidatura dell’ex vicedirettore de Il Corriere della Sera Massimo Mucchetti nel “listino personale” del segretario Pd sembra d’altronde confermare che il centrosinistra “in versione lombarda” non rinuncia a modi “old” di rapportarsi a un establishment finanziario a sua volta acciaccato e in cerca di nuove sponde.

È il mondo con cui lo stesso Berlusconi si è sempre confrontato in modo alla fine irresoluto e perdente: pagando spesso la dipendenza bancaria dei suoi business e accettando piccoli compromessi come l’accoglienza della figlia nel consiglio di Mediobanca. Nulla che - alla fine come all’inizio - rappresentasse una reale ascesa del “quarto capitalismo” alla leadership del Paese. Nulla che potesse favorire svolte liberali negli snodi della finanza e dell’impresa. E non è un caso che dopo Mediolanum e Fininvest, anche Unipol è stata alla fine ammessa al salotto di Piazzetta Cuccia.

Se Monti ri-parte da Milano (dopo un anno a palazzo Chigi) convinto che il suo progetto riformista possa trovare spazio elettorale nel semplice riaggiustamento dei vecchi equilibri fra il grande capitalismo bancario e il centrosinistra in testa nei sondaggi per la crisi definitiva del berlusconismo, può avere davanti a sé una strada più breve e ripida di quanto immagini. Ma anche il Pd può aver giocato d’azzardo nell’aver schierato sul decisivo scacchiere lombardo una figura come Ambrosoli: molto meno leggibile di quella di un Giuliano Pisapia e su un terreno più ampio, complesso, ricco di dinamismi “liberali” delusi da Berlusconi, ma indisponibili a ricedere il terreno al vecchio “sinistra-centro” politicista.

È in questo spazio - quanto stretto o largo non è ancora chiaro ad alcuno - che Gabriele Albertini rimane in campo, a sua volta alle prese con lo stesso problema di Monti: trovare voti veri in pezzi veri di un’Italia vera. Un buon numero di questi voti sono in Lombardia. E le ipotesi appaiono alla fine due soltanto: se Albertini è in campo con un progetto credibile è probabile che i suoi elettori votino anche Monti (è meglio se quest’ultimo adatterà la sua agenda a quella di Albertini). Se Albertini non sarà realmente in campo, è invece probabile che quei voti vadano persi anche per Monti. E che in Lombardia la “rivoluzione liberale” s’interrompa in modo strutturale.

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COMMENTI
07/01/2013 - commento (francesco taddei)

nel programma di albertini c'è la privatizzazione delle municipalizzate. come può allearsi con monti (che si allea con la sinistra) se questi le vuole tenere in piedi aumentando le tasse?