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FINANZA E POLITICA/ Saccomanni e lo "stress test" in Bpm

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Il suo è un cammino su cui questa piccola nota ha provato a riflettere più volte, l’ultima in piena estate. A Bonomi - e alla Banca d’Italia - non abbiamo fatto mancare critiche quando si sono impuntati a interpretare in termini stretti e ideologici i “desiderata” di mercati e Fmi: trasformare la Bpm in Spa. La bocciatura dell’assemblea Bpm è stata una riposta tangibile della “realtà italiana” contro un tentativo - ennesimo - di coartarla e annientarla. Non per questo - anche in occasione dell’ultimo passaggio - abbiamo difeso “tout court” la posizione dei dipendenti-soci: essa pure ormai a rischio di obsolescenza storica per un gruppo delle dimensioni e dell’importanza della Milano e dopo il periodico emergere di fasi di gestione debole, opaca e critica (quella dell’ultimo Schlesinger vent’anni fa e recentemente quella della presidenza Ponzellini). Abbiamo per questo suggerito una strategia che a noi è parsa ormai “obbligata” (una partnership forte, se non addirittura una fusione) e dei “nomi” per realizzarla (li riproponiamo con lo stesso spirito aperto di tre mesi fa).

Non si può che osservare con interesse il decollo di un modello rivisto di “governance” - cosiddetto “bilanciato” - che Bonomi sta pilotando, facendo sponda su un atteggiamento apparentemente meno “talebano” anche da parte della autorità di vigilanza. L’evoluzione del governo societario (con più spazio ai rappresentanti degli investitori “non cooperativi”) tutela l’autonomia della Popolare nella sua “famiglia bancaria”, ma toglie spazio - cioè alibi - ai dipendenti-soci e al loro tacito desiderio di immobilismo. Il gradualismo di questo nuovo orientamento restituisce senso anche alla seconda tranche di aumento di capitale: che può diventare un momento di verifica sostanziale per la Bpm e per il suo futuro.

Sarà certamente decisivo il voto che le diverse autorità bancarie assegneranno all’Italia e alle sue singole banche: per questo è importante che governo e Bankitalia diano importanti “segnali di vita”. Ne avrà bisogno anche la Bpm, non diversamente dalle sue sorelle Ubi, Banco Popolare, Emilia-Romagna, Sondrio, Credito Valtellinese, Vicenza, Etruria: la Bankitalia che s’impegna a “difendere” le sue banche in Europa, è la stessa che - prevedibilmente - suggerirà aggregazioni e ristrutturazioni, nella speranza che il sistema stesso prenda l’iniziativa.

Stavolta non sarà possibile dir di no a una soluzione che appare “bilanciata” in tutti i termini. La prima carta da giocare spetta in ogni caso ai dipendenti-soci: indicare per il Consiglio di sorveglianza un presidente di vera garanzia: per il cambio di “governance”, ma soprattutto per le novità strutturali che il gruppo di Piazza Meda non potrà eludere. Il giro di boa in Bpm promette comunque - assieme allo scioglimento del dossier Mps - di essere il vero “stress test” per il sistema bancario italiano. 

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