BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

FINANZA E POLITICA/ La patrimoniale (immaginaria) del Fmi e i danni (reali) di JPMorgan

Mentre dal Fmi arriva l’idea di una patrimoniale per sistemare i debiti degli Stati, JPMorgan sembra pronta a pagare per i danni della crisi. Il commento di GIANNI CREDIT

InfophotoInfophoto

Le teste d’uovo del Fondo monetario internazionale hanno gettato un sasso in piccionaia - ma senza troppa fantasia - proponendo un’imposta patrimoniale-choc del 10% per riequilibrare una volta per tutte i debiti pubblici dei paesi più colpiti nei bilanci dalla crisi finanziaria e poi dalla recessione. Per la verità il Paese a rischio-default, negli ultimi giorni, erano gli Stati Uniti. E non è affatto escluso che gli economisti del Fiscal monitor Fmi - cosmopoliti, ma tutti residenti a Washington - abbiano fatto esplodere un classico petardo accademico a sottile beneficio del Presidente democratico Barack Obama, impegnato in un durissimo braccio di ferro parlamentare con i repubblicani ostaggio dei Tea Party. Letto in controluce, il monito politico lanciato in direzione dei super-ricchi americani - con crescente fama di impuniti dopo il crac di Wall Street - poteva essere questo: Repubblicani, non tirate troppo la corda sull’innalzamento del tetto del debito federale, non provate a sabotare la riforma sanitaria “Obamacare”, non sfidate la Casa Bianca in un’escalation politico-fiscale dagli esiti imprevedibili quanto quelli della crisi siriana.

Al di qua dell’Atlantico, in ogni caso, i riflessi condizionati hanno subito acceso i fari sui paesi deboli dell’euro, fra i quali l’Italia occupa forse la posizione più scomoda: la più fragile nei conti pubblici fra i grandi paesi dell’Ue; la più soggetta a un’austerity fiscale che - per ora - le ha tuttavia evitato l’umiliante richiesta di aiuti europei, ciò che ci distingue ancora (lo si ricorda sempre troppo raramente) da Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia.

Lo studio Fmi è stato in ogni caso pubblicato praticamente nelle stesse ore in cui il governo Letta presentava il suo progetto di budget 2014. Sono state dunque inevitabili le simulazioni (da talk show) su un maxi-prelievo sulla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane: 8.600 miliardi, secondo le ultime statistiche della Banca d’Italia, concentrati per quasi due terzi in beni immobiliari. Non volendo tener conto di alcuna stratificazione fra “ricchi” e “poveri”, il 10% ultra-lordo di questo stock (860 miliardi) andrebbe ad abbattere per oltre il 40% il debito sovrano nazionale (2.060 miliardi a fine agosto). Il quoziente debito/Pil (oggi fuori livello al 130%) precipiterebbe a un 70-80% ultravirtuoso: roba da far luccicare gli occhi ai guru del Fondo, alla maggioranza silenziosa dei tedeschi e magari anche a qualche parlamentare del Pd (non è detto ai “cani sciolti” grillini). Ma la politica fiscale reale, anzi la politica “tout court”, è un’altra cosa: un conto è la lotta all’evasione (e in Italia ce n’è da fare molta), un conto è l’assalto ai forni nella Milano manzoniana o le requisizioni in un Paese occupato in guerra. Altro conto ancora è la “giustizia sociale” perpetrata per via fiscale in fasi storiche particolari.