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FINANZA E POLITICA/ Obama e la "vendetta" dei grandi banchieri

Dopo quanto accaduto riguardo l’intervento militare in Siria, ora Obama rischia un altro duro colpo sul fronte delle regole da imporre al sistema finanziario. L’analisi di GIANNI CREDIT

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L’agenda post-feriale di Barack Obama prevedeva la nomina del nuovo presidente della Fed come ideale passaggio normalizzatorio, a cinque anni dalla sua prima elezione alla Casa Bianca, allora nel vortice del crac di Wall Street. A fine agosto, il presidente si era detto da un lato impegnato a far progredire la riforma bancaria, mentre l’uscente Ben Bernanke annunciava il tapering, monetario, ovvero il rientro graduale dalle politiche di iper-liquidità d’emergenza. Dall’altro lato, il second term di Obama avrebbe dovuto essere segnato dall’avvio dell’ambiziosa riforma sanitaria, all’interno di un bilancio federale comunque stabilizzato.

All’inizio di ottobre questo programma è andato clamorosamente in frantumi: la crisi siriana ha sconvolto la tabella di marcia sia sul versante della finanza privata (ricambio Fed, aggiustamento della forward guidance economico-monetaria, ri-regolazione di banche e mercati), sia su quello della finanza pubblica, drammaticamente paralizzata dallo shutdown imposto dallo stallo politico sull’Obamacare.

Sei settimane fa avevamo richiamato l’attenzione di chi ci segue su queste pagine sulla coincidenza fra l’escalation diplomatico-militare in Siria e la chiamata a rapporto dei grandi banchieri di Wall Street alla Casa Bianca per un punto della situazione sul riordino del settore finanziario a cinque anni dal crac Lehman Brothers. Sul filo rischioso della dietrologia ci era parso da subito singolare che, allorché un presidente rafforzato dalla rielezione si accingeva a tirare le fila della grande finanza del dollaro, venisse subito folgorato da una crisi internazionale che, a conti fatti, si è rivelata più simile a una bolla: una crisi che - come la guerra libica del 2011 - non appariva una “necessità storica”. 

Ex post siamo rimasti ancora più impressionati dalla disastrosa performance dell’intera Amministrazione Usa sul fronte geopolitico. Ciò che è accaduto continua a sembrarci letteralmente “in-credibile”, non convincente, “non razionale/non reale”. L’attacco alle Torri Gemelle ha avuto una sua tragica oggettività: era rivolto contro tutta l’America e tutta l’America ne è rimasta colpita. Non così - almeno a nostro avviso - un evento come la pubblicazione da parte del New York Times di un open editorial firmato dal leader russo Vladimir Putin sulla pace, la stabilità, la libertà nel mondo.

Per questo non siamo stati affatto sorpresi di apprendere che la pima mossa amministrativa di Obama il giorno dopo l’inizio dello shutdown sia stato ospitare i 19 capi delle maggiori banche statunitensi: da Lloyd Blankfein di Goldman Sachs, a Bian Mohinyan di BankAmerica; da Jamie Dimon di JPMorganChase a Michale Corbat di Citigroup. Inutile dire che all’uscita dal faccia a faccia con il presidente e il segretario al Tesoro, Jack Lew, sono stati loro a dirsi preoccupati che il 17 ottobre scatti il default per gli Stati Uniti. Un’altra ipotesi “non credibile” o almeno molto poco credibile: eppure tutti ne parlano, a cominciare da Obama con i capi di Goldman e JPMorgan (sotto inchieste di ogni natura nel post-crac). Sono i banchieri ai quali appena sei settimane fa lo stesso presidente era intenzionato a dire che the party is over: che avrebbero dovuto fare a meno dell’allegra deregulation degli ultimi vent’anni e dei megacuscini di liquidità gonfiati dalla Fed a colpi di quantitative easing essenzialmente per salvare le loro banche (ma, nei fatti, anche i loro profitti e i loro bonus).