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FINANZA E POLITICA/ Bankitalia e Mediobanca, un tramonto da "public company"

Mediobanca (Infophoto)Mediobanca (Infophoto)

Il capitale di Banca d’Italia, dal canto suo, è destinato a restare quello che è da quasi ottant’anni: una proprietà del tutto dormiente, benché appartenga tuttora al sistema bancario vigilato e due “campioni” (UniCredit e Intesa Sanpaolo) ne controllino la larga maggioranza. Se il governo ha posto un limite al possesso votante al 5% è stato per una minima preoccupazione estetica laddove le quote sono state oggetto di rivalutazione nella legge di stabilità, con il duplice fine di garantire al Tesoro un prezioso gettito sostitutivo e alle banche un piccolo “bonus” nei patrimoni di vigilanza in vista dell’Unione bancaria.

Metter mano al delicato snodo a monte del vigilante nazionale - benché il rischio di condizionamenti rimanga nei fatti teorico - richiedeva una pennellata alla facciata, tanto più se le quote - in un futuro più o meno lontano - dovessero essere effettivamente trasferire ad altri soggetti: Fondazioni bancarie in primis, ha notato il ministero retto da Fabrizio Saccomanni, ex dg di Via Nazionale. Ma nel “marketing politico” del provvedimento si è riudita la parola “public company” e l’accenno agli “investitori esteri”: la nostalgia dell’epoca d’oro delle privatizzazioni e del leggendario “summit” sul Britannia evidentemente è dura a morire.

Così come non si spegne l’eco della “caccia alle streghe” scatenata nel 2005 contro la presunta “cattura” del governatore Antonio Fazio da parte di banche vigilate in occasione delle Opa AntonVeneta e Bnl. Ma il successore di Fazio, Mario Draghi, fu il primo a respingere il diktat della legge 262 “caccia-Fazio”, violando tranquillamente il termine triennale che imponeva il trasferimento della proprietà Bankitalia allo Stato: come avviene in tutti i grandi paesi europei. Berlino o Parigi aprirebbero il capitale delle loro banche centrali ai fondi della Goldman, agli hedge di Blackrock, alle gestioni di Warren Buffett? Forse solo se la sostenibilità del debito pubblico nazionale o l’esito di nuove privatizzazioni o la costruzione di una “bad bank” di sistema imponesse aiuti esterni non dall’Ue ma dal cosiddetto “mercato”. Può darsi che l’Italia non sfugga a questa “soluzione finale”. 

Nel frattempo anche il destino di Bankitalia appare privo di quella sostanza di autonomia e di proattività che è insita nella forma “public company”. L’ingresso delle grandi banche italiane nell’orbita della vigilanza gestita in via integrata da Francoforte sarà prevedibilmente l’ultima operazione di “brokeraggio istituzionale” affidato a via Nazionale.

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