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FINANZA E POLITICA/ Vigilanza, l’incerta restaurazione di Bankitalia

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Ma ci sono altri conti che non tornano nell’affannato “ritorno al futuro” frettolosamente teorizzato da Visco: una vigilanza “pervasiva” nella governance delle banche; una Bankitalia “irresponsabile” è stata la regola fino a poco tempo fa: per la precisione fino al varo della legge 262 del 2005, quella che ha chiuso traumaticamente l’estate delle Opa, compresa quella che ha consegnato ad Abn Amro l’AntonVeneta poi presto rivenduta a Mps. È stato quel passaggio - segnato dalla cacciata esemplare di Antonio Fazio e dall’insediamento di Mario Draghi in via Nazionale - a decretare la fine della “civiltà interventista” di quella Bankitalia: combattuta all’ultimo sangue dalla City, dal commissario olandese all’Antitrust Neelie Kroes e da quello britannico al mercato interno Charlie McCreevy.

Nessuna banca centrale - tanto meno una ideologicamente fredda verso i mercati come quella di Antonio Fazio - avrebbe più dovuto permettersi di ingerirsi nelle questioni “di mercato”: cioè tutte, a cominciare da fusioni e acquisizioni bancarie. Mai più una vigilanza avrebbe dovuto arrogarsi il diritto di bloccare una superstar del listino come Alessandro Profumo nell’Opa UniCredit-Comit del ‘99: figurarsi il potere di rimuoverlo, che nella “civiltà del mercato” può spettare soltanto agli azionisti. Mai più avrebbero dovuto occhieggiare i mercati banchieri centrali insindacabili e irrevocabili com’era quello di Palazzo Koch, cui le crociate ultraliberiste infatti imposero il mandato a termine (che rende il governatore più ricattabile da politica e mercati). Via libera, dunque, a una vigilanza “moderna”: quella che appunto, nel 2007, non poté che dare immediato disco verde all’acquisizione Mps-AntonVeneta senza “due diligence”.

Il mercato ritiene di aver ragione per definizione: se un “gioco di mercato” impostato da tre grandi banche come Santander, Mps e Bnp (tutte a loro volta quotate) stabilisce che il valore di AntonVeneta è 9,3 miliardi (10,1 con le spese di intermediazione), una banca centrale “di mercato” non può mettersi di traverso. Al massimo può registrare il malumore degli azionisti: diventano loro i veri “vigilanti” della stabilità di un’azienda bancaria, in quanto ci hanno investito i loro quattrini.