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FINANZA E POLITICA/ Papa e Ior, il Vaticano da "reinventare"

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Superfluo ricordare i danni creati dallo Ior nel crac Ambrosiano: 250 miliardi di risarcimenti per le improvvide lettere di “patronage” rilasciate dall’arcivescovo Paul Marcinkus; ma soprattutto una lesione grave dell’immagine per le compromissioni evidenti con una finanza più grigia che bianca, come ad esempio quella orchestrata da Michele Sindona fra Italia e America. Trent’anni dopo - avvicendatisi due presidenti italiani laici (Angelo Caloia e Gotti Tedeschi) - lo Ior non sembra essere ancora guarito da questa malattia: scarsa trasparenza su una gestione che suscita interrogativi rispetto agli standard bancari internazionali (che pure la crisi globale ha messo in pesante discussione). E dal Torrione di Nicolò V luci oblique continuano a irradiarsi dentro e fuori le mura leonine: inquinando rapporti fra gli organi dello “Stato del Papa” e la sua immagine istituzionale all’esterno.

È stato così che la magistratura italiana ha messo sotto inchiesta alcuni flussi sospetti transitati attraverso lo Ior e i collegamenti sistematici con le ultime indagini a raffica su presunte tangenti in grandi gruppi italiani (Mps, Finmeccanica, Eni). Sull’altro versante, la pressione della ri-regolazione finanziaria internazionale post-crisi ha raggiunto anche la Santa Sede: che deve tuttora riconquistarsi appieno la “lista bianca” Ocse degli Stati del tutto a posto sul piano delle normative anti-riciclaggio. Ed è stato questo passaggio ad acuire le tensioni ad esempio fra Bertone e Nicora: il secondo più nettamente a favore di un’uscita delle finanze vaticane da una singolarità di regime che periodicamente si trasforma in una “terra di nessuno” pericolosa anzitutto per la Chiesa.

Dall’Ambrosiano alla “crisi papale” del 2013, senza precedenti, la riflessione sul problema-Ior rimane comunque immutata e in sé abbastanza semplice: il Vaticano ha bisogno di una banca? E di quale banca? La storia dice che la sovranità di uno Stato moderno si esprime anche attraverso la moneta e che la circolazione di quest’ultima viene regolata da una “banca centrale”. Nel XXI secolo, in ogni caso, l’Europa - cui il Vaticano almeno geograficamente appartiene - si è data una moneta sovranazionale con una banca centrale unica per 17 paesi. E attorno a San Pietro c’è uno Stato quasi virtuale: i suoi residenti e i suoi enti utilizzano correntemente l’euro e l’“economia vaticana” è completamente indipendente da dinamiche monetarie, valutarie, creditizie. Non ci sono Pil e interscambio commerciale, non ci sono “flussi d’investimento” in senso stretto, non ci sono attività d’impresa che - nel caso - possono comunque trovare credito presso le filiali delle banche italiane che circondano il Vaticano.

Il bilancio vaticano - che in realtà miscela “Santa Sede” e “Chiesa” non senza qualche insidia - ha comunque un bilancio, negli ultimi anni spesso in rosso per non più di qualche milione di euro. Le entrate operative sono essenzialmente i ricavi turistici. Ma il Vaticano e il suo pontefice possono contare anche sugli introiti dell’Apsa (il vero patrimonio del Papa) e sulle offerte: come ad esempio l’obolo di san Pietro che viene raccolto in tutte le chiese del mondo; oppure le donazioni private, come quelle degli stessi grandi ordini. Non è illogico pensare - come fece Pio XII nel 1942 - a un ente bancario che faccia da piattaforma tecnica a questi flussi ed è comprensibile che uno Stato sovrano pretenda di operare con una banca propria, non soggetta ad altre regole o vigilanze.

Certo, il circuito intermediario che tutti hanno in mente per “la banca del Papa” è questo: un’offerta depositata sul conto della Propaganda Fide alimenta un bonifico a una missione nel Ruanda. Oppure: un’efficiente gestione di tesoreria dello Ior genera degli utili (come di fatto avviene per alcune decine di milioni all’anno) che sostengono il budget della Santa Sede. Diverse sono altre situazioni, vere o anche soltanto presunte da magistrati e “media”. Caso esemplare è la sistematica visione dello Ior come sospetto parcheggio di flussi finanziari anomali in casi della recentissima cronaca politico-finanziaria italiana: Mps, Finmeccanica, Eni. Ma anche nel caso dello Ior sarebbe riduttivo andare a caccia di “mariuoli” (o di “corvi”): nella sua storia la banca vaticana ha giocato su scacchieri molto più vasti e complessi.