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FINANZA E POLITICA/ Papa e Ior, il Vaticano da "reinventare"

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Il supporto dato dalla Santa Sede a Solidarnosc dall’estate 1980 è forse l’esempio più eclatante (tra l’altro al centro degli intrecci sempre più stretti e alla fine letali fra Ior e Ambrosiano). È evidente che su questi livelli le cifre e lo spessore dell’operatività Ior sono ben diversi, anche se pienamente inseriti nella diplomazia della Santa Sede. Ed è naturale che un Vaticano bisognoso di mezzi - in via ordinaria o straordinaria - tende a mettere sotto pressione la sua banca: la quale, in un mondo finanziario globalizzato è già di per sé a rischio crescente di ritrovarsi attraversato da quello che il Fmi ha ribattezzato “shadow banking”, dichiarandogli guerra. E cosa c’è di più appetibile di una banca “non vigilata” ma facilmente raggiungibile attraverso confini virtuali da un Paese come l’Italia, completamente “onshore”? È il presupposto dell’inchiesta della magistratura italiana che da oltre un anno indaga su 23 milioni sospetti di riciclaggio presso lo Ior. È l’origine di tanti stress finali per Papa Ratzinger, che pure aveva meditato la rinuncia indipendentemente dal caso Ior.

Il nuovo presidente dello Istituto - con il nuovo Papa - difficilmente potranno portare la Santa Sede e le sue finanze fuori dal Mar Rosso dei primi anni Duemila semplicemente lasciando cadere i polveroni. Tradirebbero la radicalità dell’abbandono di Benedetto XVI: il cui appello al “rinnovamento della Chiesa”, in teoria, toglie qualsiasi ipoteca sul futuro della stessa Santa Sede. Anche - in prospettiva - il cambiamento del suo regime di Stato. Certamente, al suo interno, una profonda rivisitazione dello status della sua banca: senza dimenticare che il moderno banking europeo fu inventato dai banchi di pegno dei francescani per combattere l’usura.

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