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FINANZA E POLITICA/ Quelle banche fra la Piazza e il Palazzo (Koch)

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Una Banca d’Italia degna della sua tradizione affronterebbe i problemi reali del suo sistema vigilato (ancora per un po’): anche quelli che spetterebbero alla politica (con buona pace degli economisti anti-politici di professione). Difenderebbe la “par condicio” delle banche italiane nelle sedi dove si decidono le regole del gioco, formali e sostanziali. Applicherebbe le regole in Italia con tutto il realismo possibile. Chiederebbe al Parlamento regole che rafforzino, non indeboliscano il grande e piccolo credito cooperativo. Promuoverebbe fusioni, scorpori, razionalizzazioni (a cominciare dal Monte dei Paschi, senza rimanere subalterna alla magistratura): avendo il coraggio di riconoscere - sarebbe sufficiente negli atti - che il sistema creditizio era e resta troppo importante per essere lasciato al mercato.

Solo così, tra l’altro, sarà possibile giustificare che la supervisione su quel sistema (su una parte) resti affidato a una banca centrale, sempre col classico dubbio che la guerra non debba mai essere lasciata interamente ai generali. 

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