BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

SPILLO/ Quattro (nuovi) pensieri su Bpm

InfophotoInfophoto

3 - Siamo giunti, forse troppo lentamente, al ruolo della Banca d’Italia: sempre decisivo nel caso Bpm. Decisivo quando, già vent’anni fa, non sostenne il tentativo del presidente Francesco Cesarini di cambiare gli equilibri all’interno della governance esistente. Decisivo quando intervenne con ampio ritardo nel troncare l’era-Ponzellini: esattamente come ha fatto con il Montepaschi. Decisivo nel favorire l’ingresso di un operatore di private equity, ancorché milanese e di cognome italiano: ultima impronta, tre anni dopo il crac di Lehman Brothers, della Bankitalia di Mario Draghi, ideologicamente convinta che la finanza di mercato dovesse scalzare la finanza bancocentrica, e che fra le banche le Popolari fossero in cima alla “lista nera”.

Ora la Banca d’Italia pare voglia essere decisiva anche nell’end-game, nella “fine della storia Bpm”. Sarebbe grave se si limitasse ad appoggiare - ampiamente fuori tempo - il gioco concepito da Draghi e da Tarantola, entrambi ormai fuori da Via Nazionale. Sarebbe deludente se, nel 2013, Palazzo Koch certificasse in via notarile un’operazione speculativa su una della prime dieci banche italiane, aprendo la strada della “Spa forzata” e quindi del rischio scalata per altri pezzi importanti del sistema: Banco Popolare, Ubi, Emilia Romagna, Sondrio, Valtellinese.

4 - Resta in ogni caso assodato che in un’economia di mercato - vera e sana - il destino di un’azienda si gioca sul mercato stesso. Quella di Bonomi (Spa e “chiamata dell’Opa”, magari da un gruppo estero) è una linea strategica chiara e coerente, ancorché possa non piacere. Chiunque volesse contrastarla non potrebbe che opporvi un progetto alternativo. Su queste pagine abbiamo già prospettato l’ipotesi che la Bpm possa essere posta al centro di operazioni di sistema in un riassetto del settore bancario che è già in parte nelle cose dopo il crollo di Montepaschi e la debolezza di tutti i bilanci 2012.

I dipendenti-soci Bpm, pochi anni fa, si sono già trovati a decidere su un progetto di fusione “fra pari”, mantenendo la forma cooperativa: con la Popolare dell’Emilia Romagna. Dissero di no, e confermarono di meritare la successiva strigliata della Banca d’Italia. Oggi possono però riprendere l’iniziativa: il modo migliore - ma forse l’unico - per contrastare il piano Spa di Bonomi è quello di riassumersi in pieno il loro ruolo proprio di azionisti e immaginare un futuro diverso per la loro banca.

© Riproduzione Riservata.