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FINANZA E POLITICA/ Se Telecom e Rcs ricominciano assieme

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Oggi la situazione è molto cambiata. Il governo Letta potrebbe realizzare con lo scorporo della rete il suo primo atto di politica industriale: può far leva sulla Cdp e sui suoi fondi strategici, che prima della grande crisi non c’erano (così come l’intervento pubblico era divenuto un tabù). Ovviamente sta al governo rintuzzare le accuse (un po’ preventive e pregiudiziali) che servirono a Prodi come pretesto per il “no” del 2006. E il modo migliore - o il modo obbligato - per non “strapagare” la rete è non farne un’operazione meramente finanziaria, nella quale sì l’affare lo farebbe solo chi incasserebbe, indipendentemente dalla cifra valutata.

Fare politica industriale significa investire (anche capitali privati, ma sotto la regia pubblica) su un “new generation network” od offrirlo all’Azienda-Italia (dalle imprese a tutte le Pa, come scuola e sanità) come “boost” per la ripresa. E una nuova piattaforma digitale può rappresentare una reale start-up liberalizzatoria, che anzitutto potrebbe chiudere epoche obsolete: quella del duopolio televisivo (e magari dei conflitti d‘interesse attorno a Rai e Mediaset); quella dell’oligopolio della carta stampata; quella di un “incumbent” delle tlc troppo debole per poter incombere su alcunché.

Allora sì che gli azionisti di Telecom e Rcs (ma anche di Mediaset, Rai, ecc.) avrebbero l’occasione di ripensare quasi da zero i loro modelli di gruppo e di business che sono stati peraltro ridotti ai minimi dalla pressione della crisi finanziaria e al cambiamento della media-industry, quasi totalmente non affrontati da proprietà e management. Allora sì che Telecom-Rcs (e/o altri) sarebbe non solo possibile, ma probabilmente auspicabile, se non addirittura obbligato.

Se lo Stato ricomincia a fare lo Stato (per davvero), il mercato non può non rimettersi a fare il mercato, con gli stessi standard di attendibilità. 

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