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FINANZA E POLITICA/ Popolari Spa? Meglio farle tornare vere Popolari

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Il gioco delle cause e degli effetti, delle spinte e dei balzi in avanti nell’evoluzione recente delle Popolari è troppo complesso per essere analizzato in dettaglio: ma anche le Considerazioni finali - infinitamente più importanti di queste note - lo danno per sottinteso con qualche ellissi di troppo. La Popolare di Bergamo e la Popolare di Verona fanno da battistrada alla categoria, quotandosi al listino principale di Piazza Affari all’inizio degli anni ‘90 sollecitate da tutti, ma non certo per necessità. Sono altri che ne sentono il bisogno: Governo e Banca d’Italia che le hanno viste all’opera (acquisto del Credito varesino, intervento nella Cattolica del Veneto) e sanno che alle privatizzazioni e al cammino verso l’euro serviranno le solide banche del Nord per riassetti e salvataggi (soprattutto al Sud). E poi lo sviluppo della Borsa è un obiettivo strategico (oggi è lecito dire ideologico).

La vetrina azionaria, allora, aveva bisogno di più offerta, di merce auspicabilmente di qualità: e le azioni delle Popolari lo erano. Ma in molti istituti la stragrande maggioranza dei soci non aveva bisogno di dare liquidità quotidiana ai propri titoli, che erano tipici patrimoni da cassetto, quasi sempre rivalutati ogni anno e fisiologicamente intermediati dalla banca stessa in caso di necessità. E la capacità degli azionariati diffusi di fornire periodicamente nuovo capitale alle loro Popolari ha resistito anche in periodi di crisi. Per questo un leader storico assoluto delle Popolari come l’allora presidente della Popolare di Verona, Giorgio Zanotto, ripeté per anni: “Chi compra un’azione di una Popolare deve sapere che non compra l’azione di una Spa”. Non può non sapere che partecipa a un gioco: in termini di governance d’impresa e di aspettative economico-finanziarie.

Oggi il governatore accoglie senza riserve le lamentele degli investitori istituzionali (che in concreto vorrebbero solo mani libere per giocare all’Opa anche sulle Popolari), ma dimentica che non era obbligatorio consentire loro l’ingresso nei capitali nelle Popolari: e i vertici di molti istituti, infatti, non li hanno mai chiamati. Viceversa l’assillo del prezzo quotidiano di Borsa per qualche top manager di Popolare “market oriented” si è rivelato più insidioso dei rischi veri o presunti di una governance con problemi di efficienza, affidabilità e trasparenza in una società in cui tutti votano per testa e nessuno detiene grandi quote.

D’altro canto oggi il Banco Popolare, leader della categoria, è la somma di tre Popolari storiche: Verona, Novara e Lodi. Non molti diversa è l’identità di Ubi. Entrambi i gruppi erano orientati al consolidamento per linee interne alla categoria: la quotazione al listino principale può aver aiutato, ma non si è rivelata decisiva. Decisivo - per un’operazione di rafforzamento di sistema - è stato il comune DNA cooperativo: altrimenti avremmo avuto altri casi AntonVeneta (una grande Popolare frutto di una fusione interna, trasformata in Spa, regalata a forza all’Abn Amro, ricomprata a caro prezzo dal Montepaschi oggi alle cronache). È pur vero che qualche altro grande intermediario - non italiano - sarebbe più ricco e felice.