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FINANZA E POLITICA/ Il "doppio patto" fra le banche e il Governo

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Il paradosso, ovviamente, non ha potuto che continuare, fra paradibattiti giuridici di circostanza sulla natura “ordinatoria” o “tassativa” dell’indicazione. Ma non ha certo sorpreso che il neo-governatore Draghi abbia da subito preso le distanze sulla proposta dei suoi “fan” di cambiare lo status quo in Via Nazionale. Mentre il ministro Giulio Tremonti - non propriamente un “bocconiano” - è sempre stato concorde sull’opportunità di togliere alle banche la proprietà di Bankitalia, nazionalizzandola e portandola sotto  il controllo del Tesoro (naturalmente assieme alle sue riserve d’oro). Né stupì che le stesse banche “partecipanti” non fossero affatto disturbate dagli anatemi “bocconiani”: si sarebbero fatte lietamente cacciare subito da Via Nazionale, a patto di essere liquidate a prezzo vero e con soldi veri. Per non parlare delle Fondazioni, bestia nera degli Zingales di tutto il mondo: per anni non hanno fatto che dirsi disponibili soddisfare i “desiderata” degli Zingales, subentrando alle loro banche partecipate nel ruolo di “sleeping partner” di Bankitalia.

Adesso il gioco a rimpiattino sembra prossimo all’esito: con le banche che resteranno come ottant’anni fa “partecipanti” al capitale della loro centrale; con il successore di Draghi costretto a vedere la sua banca messa in gioco come in una partita di fusioni e acquisizioni per aiutare le banche vigilate ad avere più patrimonio e dare più credito. Ovviando magari alla draconiane applicazioni delle regole di vigilanza in Italia, a far paio con l’ormai leggendaria letterina indirizzata nell’agosto 2011 al governo italiano dal presidente entrante della Bce, il governatore uscente Mario Draghi.

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