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FINANZA E POLITICA/ Privatizzazioni e credit crunch: il risparmio italiano è sotto attacco

Fabrizio Saccomanni (Infophoto)Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

È peraltro comprensibile che perfino a un tecnocrate bancario di scuola italiana come Saccomanni appaia quanto meno inestetico evocare la ricostruzione di circuiti finanziari “nazionali”. Però è inammissibile anche tenere la testa immersa nella sabbia del deserto globalista. Può essere invece accettabile che per ripulire i bilanci di qualche grande banca sia utile creare una o più “bad bank” (ma per favore niente moralismi strumentali: decine di banche americane, inglesi, tedesche, francesi, soprattutto spagnole e perfino svizzere, sono già fallite da un pezzo). Ma non obblighiamoci a scrivere cento volte che una Bcc del nord che ha finanziato il negozio di fronte per tre generazioni ora non può far credito alla quarta perché il tutto non entra in Basilea 3. E che semmai bisogna fare un corso rapido di “crowdfunding” o-come-diavolo-si-chiama. Quella Bcc il merito di credito ce l’ha, continua a essere circondata di risparmio e anche di “merito di credito” imprenditoriale cui prestare soldi. Generare investimenti, occupazione, redditi, tasse e altro risparmio.

È qualcun altro che vorrebbe continuare a utilizzare quel risparmio - attribuendosene un preteso merito di credito certificato da Standard & Poor’s - per finanziare i Mondiali in Brasile e poi quelli del Qatar. “Il problema è politico”, avrebbe immancabilmente sintetizzato un intellettuale della Magna Grecia come Ciriaco De Mita. “La politica è sangue e m….”, avrebbe chiosato un predecessore di Saccomanni alle Finanze, Rino Formica. 

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