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FINANZA/ 2. Obama e Merkel, le banche sono più "pericolose" del gas nervino

Sarebbe utile domandarsi, afferma provocatoriamente GIANNI CREDIT, se mille morti in Siria valgano più dei 27 milioni di disoccupati attualmente presenti nell’Unione Europea

Angela Merkel con Barack Obama (Infophoto)Angela Merkel con Barack Obama (Infophoto)

Angela Merkel ha detto che la Germania è contraria a un intervento militare internazionale in Siria. Si è certamente esposta al rischio di critiche: anzitutto quelle del partner francese in Europa, quella Parigi che vorrebbe bissare a Damasco la controversa avventura neo-coloniale a Tripoli, in asse con Usa e Gran Bretagna. Berlino può aver riacceso il malumore anche in Israele, che sicuramente gradirebbe veder blindata a nord del Golan l’ennesima “operazione-sicurezza” – per interposti belligeranti – appena perfezionata a ovest del Sinai, con il golpe militare al Cairo. 

Nessuno, in ogni caso, potrebbe negare al nein tedesco il merito di un nuovo e trasparente esercizio di realismo politico. La Siria non è una priorità nell’agenda politica internazionale: questo è il cuore metodologico dello statement di Berlino. E’ una ruvidezza che può non essere condivisa sul piano diplomatico o può urtare su quello socio-culturale. Ma sarebbe un errore svalutarlo a tattica “comunicazione di servizio” di un premier e di un paese in campagna elettorale. Oppure continuare a rimproverare alla Germania  la sua presunta “impoliticità”: chiusura retrograda ai tempi e ai modi della globalità geopolitica. Che è poi l’accusa – lo strumento politico-mediatico – con cui la Ue germanocentrica è stata e rimane sotto la pressione dei mercati finanziari durante la lunga (e presunta) crisi dell’euro, dalla Grecia all’Italia.               

Per l’appunto: la priorità globale è e resta la ricostruzione dell’economia e del sistema finanziario su basi stabili. Questo vale per la pur solida Germania, che su questo si sente chiamata a rinnovare o meno la fiducia democratica al suo cancelliere. Ma vale anche per la convalescente Unione europea, per l’artificiale benessere statunitense, per la declinante salute di Cina e India, degli altri Brics, del Giappone: perfino per l’area mediorientale, che in fondo convive con la sua instabilità dal 1948, ogni mattina dell’anno. La stessa sicurezza globale dipende da ultimo dalle risposte che ancora mancano a questa questione prioritaria. Affermarlo non significa negare la minaccia dell’islamismo radicale o cancellare l’orrore umano per l’uso dei gas in una guerra civile: a maggior ragione se fatti altrettanto orribili accadono a decine, ogni giorno, anche lontano dalla Siria (e sempre più spesso contro i cristiani). Ma l’agenda globale non la fanno le scalette della Cnn o del “world service” della Bbc. Per quanto possa apparire politicamente scorrettissimo, proviamo a rovesciare – per una sola volta – il discorso: 27 milioni di disoccupati (nella Ue a fine luglio) “valgono” meno di mille morti in Siria?

Per la verità, anche il presidente americano Barack Obama sembrava della stessa idea. Otto giorni fa, nel weekend di Ferragosto, la Casa Bianca ha annunciato che il primo impegno del presidente al rientro dalle vacanze sarebbe stato «incontrare i leader delle authority finanziarie per discutere lo sviluppo della riforma Dodd-Frank nel 2010»: l’appuntamento  resta teoricamente in calendario per oggi. Qualcuno ha potuto sorprendersene?