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FINANZA E POLITICA/ Bernanke, Saccomanni e l’autunno dei Tecnici

Fabrizio Saccomanni (Infophoto) Fabrizio Saccomanni (Infophoto)

Di più, il ministro dell’Economia minaccia di rovesciare il tavolo la domenica delle elezioni tedesche: quando - al di là delle cortine fumogene - anche Angela Merkel (ormai votata ai libri di storia) sembra intenzionata a rivestire appieno i panni del Politico, con una gestione meno (strumentalmente) tecnica della politica economica dell’Eurozona. Ma tant’è: appena venerdì, ilWall Street Journal ha “mosconato” su possibili deroghe ai vincoli di bilancio Ue per la spesa infrastrutturale nei paesi deboli (Grecia, Spagna, Portogallo).

Nel cauto silenzio-assenso di tutti (anzitutto di Bruxelles) alla vigilia del voto in Germania, Saccomanni non ha trovato nulla di meglio che elencare tutte le ragioni (tecnico-eurocratiche) per cui l’Italia non sarebbe comunque oggetto di regimi temporaneamente più favorevoli: meritandosi una insolita tirata d’orecchie perfino da Il Sole 24 Ore. Forse per questo lo abbiamo ritrovato, ieri mattina, a piagnucolare di dimissioni sulla prima pagina de Il Corriere della Sera.

Almeno il suo mentore - il presidente della Bce, Mario Draghi - le mani ha dimostrato di sapersele sporcare (politicamente) quando ha distribuito liquidità a rubinetto alle banche europee e ha costruito il sistema dei fondi salva-Stati. Poi, certo, si è voltato dall’altra parte quando l’Eba ha massacrato le banche italiane sui parametri patrimoniali: ma qui il problema (euro-politico) non era e non è suo, ma del governo italiano. Nel quale bisognerebbe capire chi rema in quale direzione. 

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