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FINANZA E POLITICA/ Bankitalia e il boomerang della "riforma anti-Fazio"

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Il primo è atteso sul terreno della politica creditizia: rivalutare le partecipazioni bancarie in Bankitalia significa rafforzare i loro coefficienti patrimoniali, sempre premuti – anzi talvolta penalizzati e discriminati – da Basilea 3; e quindi migliorare la capacità di credito del sistema (è questo il cuore dell'appello Abi). Il secondo obiettivo sarebbe "tout court" di politica finanziaria: sulla rivalutazione le banche verserebbero immediatamente all'Erario un'imposta straordinaria sostitutiva commisurata alla rivalutazione nell'ordine minimo del 20 per cento. Letteralmente oro per il disperante budget 2014 del governo Letta.  

L'apparente partita win-win,  di sistema-Paese fra governo e banche non sembra però piacere alla Banca d'Italia. È comprensibile anzitutto, la frustrazione di un'istituzione da sempre abituata a essere "soggetto" e non "oggetto" sullo scacchiere politico-finanziario. In secondo luogo, Bankitalia e il governatore Visco in prima persona sono il pezzo di Azienda-Italia che sente in assoluto di più sul collo il fiato dell'Europa: Draghi − incaricato di raddoppiare il suo potere di guardiano dell'euro con i gradi di super-carabiniere delle banche in Europa − è ancor più soggetto alla sindrome del "primo della classe". E una Bankitalia cedevole verso politici e banche è l'esatto contrario di quanto gli serve per costruire autorevolmente l'Unione bancaria. Ma non c'è dubbio che le angosce di Via Nazionale nascono anzitutto dalla consapevolezza che "l'ordine bancario" nazionale in vigore da quasi ottant'anni (riforma bancaria del '36, post-crisi del '29) stavolta è davvero in discussione.

Forse anche per questo Rossi ha usato insolitamente taglienti, liquidando come "artifici contabili" le proposte via via emerse e chiedendo una non meglio precisata "vera riforma". Ma il tentativo di spezzare l'assedio alzando la palla nell'empireo delle grandi riforme cela a fatica una difesa imbarazzante. Sì, perché la "vera riforma" di cui parla Rossi è appena stata fatta: nel 2005. E attende ancora di essere attuata proprio nel capitolo in cui afferma – con chiarezza – che la proprietà della Banca d'Italia (se non l'intera costruzione del suo bilancio) va riordinata. E se finora ciò non è avvenuto è accaduto proprio per la lobbying conservatrice della Banca d'Italia attorno a uno "status quo" messo strumentalmente in discussione dalla Banca d'Italia più auto-referenziale soltanto per liberarsi di Antonio Fazio, classico "compagno che ha sbagliato". Vogliamo ricapitolare velocemente?      

Nel 2005 la Banca d'Italia di Antonio Fazio è schierata dietro la controffensiva "nazionale" guidata dalla Popolare Italiana di Gianpiero Fiorani su AntonVeneta, Bnl e Rcs. La falange degli accademici globalisti (Francesco Giavazzi, Guido Tabellini, Tito Boeri, Luigi Zingales, etc.) inventa a tavolino ad uso dei grandi giornali "legittimisti" la questione della proprietà e dell'indipendenza della banca centrale: che in Italia sarebbe "catturata" dalle sue banche, vigilate ma anche azioniste. L'argomento è storicamente privo di qualsiasi fondamento: proprio il dirigismo autoritario di Fazio sta a dimostrare in quei mesi (ma era accaduto anche su Mediobanca-Generali nel 2002) che il sistema bancario è al massimo strumento anomalo della Vigilanza, mai "dominus" di Via Nazionale. 


COMMENTI
09/09/2013 - La nomenklatura di Bankitalia (Giuseppe Crippa)

Certo Draghi non avrà combinato molto nel suo quinquennio in Banca d’Italia ma non mi pare avesse con se una squadra devota e motivata… e neppure un “datore di lavoro” (il capo del governo che lo ha proposto per intenderci) molto interessato ai suoi risultati. La lettura di questo articolo così lungo e denso di riferimenti a fatti da me non facilmente comprensibili è stata molto interessante ma non mi ha convinto.