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FINANZA E POLITICA/ Meglio un bonus mobili oggi che un "Quantitative easing" domani (o mai)

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

In Italia - una delle aree più colpite da una recessione ai limiti della depressione - ha fatto rumore nell’ultima settimana un comunicato insolitamente positivo da parte di una grande comunità produttiva: quella degli imprenditori del legno e dell’arredo. Una presa di posizione insolita: nell’affermare un risultato concreto nella resistenza alla crisi da parte di un pezzo importante dell’Azienda-Italia e nel dare atto a due governi (quello di Enrico Letta e quello in carica di Matteo Renzi) di aver “fatto la cosa giusta”. Il bonus fiscale introdotto nel giugno scorso per l’acquisto fino a 10mila euro di mobili collegato a ristrutturazioni, ha generato quasi 2 miliardi di fatturato addizionale, 300 milioni di gettito fiscale collegato e soprattutto 10mila posti di lavoro salvati.

Premesso che sarebbe utile che anche altre associazioni imprenditoriali fornissero dati puntuali sul feedback di altri bonus correnti (50% per le ristrutturazioni edilizie e 65% per interventi di miglioramento energetico), alcune questioni si pongono naturalmente, anche solo in via qualitativa. La prima è: il bonus mobili è uno stimolo non monetario indotto per via fiscale e non per via bancaria; i risultati “restituiti” da FederlegnoArredo sarebbero stati possibili se la stessa spinta fosse giunta attraverso i canali macro della liquidità? In concreto: un allentamento indifferenziato del credito al consumo - sempre ammesso che fosse giunto realmente sul mercato - avrebbe sollecitato gli italiani a comprare 2 miliardi di mobili tanto quanto ha fatto lo sconto fiscale? Un allentamento generalizzato del “credit crunch” alle imprese avrebbe spinto le imprese del legno-arredo a far funzionare le catene e riempire i magazzini tanto quanto l’attesa creata dal bonus mobili?

Ma c’è dell’altro: mettere un catalizzatore fra domanda e offerta di mobili in Italia, vuol dire fare politica economica mirata. Vuol dire sostenere un pilastro dell’Azienda-Italia, un settore competitivo a livello globale, che ha reali “chance” di restare tale. Vuol dire “mettere in tasca” qualche euro ai cittadini (un “voucher”) per acquisti realmente “primari” presso aziende italiane, che pagano le tasse in Italia e creano posti di lavoro in Italia, per oggi e per domani. Vuol dire - e non vorremmo essere fraintesi - non restare prigionieri della logica secondo cui l’occupazione si rilancia “qui e ora” cancellando l’articolo 18; ma anche della non-logica - illusoria o peggio - dell’incentivazione fiscale diretta della “nuova imprenditoria giovanile, femminile, al Sud”.

Vuol dire che un piano “novecentesco” di costruzione di autostrade qualche risultato lo produrrà sempre: meglio ancora se gli investimenti pubblici andranno sulle infrastrutture innovative della banda larga. Ma le risorse fiscali - che saranno sempre limitate, anche quando al cancelliere Merkel gli altri leader europei strapperanno qualche bottone dalla blusa - possono essere dedicate ad altro.

Nell’Italia (Europa) del 2014 possono aver torto sia le forze politiche e sindacali che vogliono a tutti i costi un taglio delle imposte sulle famiglie; sia le forze imprenditoriali che si battono per un taglio generalizzato (“politico”) del cuneo fiscale sul versante produttivo. Draghi è stato chiaro: tutti coloro che non fanno nulla per creare occupazione vanno “cacciati”, così come chi investe poco e spesso male. Le risorse non possono essere cartamoneta stampata per l’occasione e gettata dagli elicotteri “a tutti”: meglio risorse vere - centellinate perché preziose - a chi porta i risultati nell’arco dell’anno fiscale.