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FINANZA E POLITICA/ Renzi e Draghi tra Europa e America

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Il ragionamento che, infatti, neppure Zingales ha il coraggio di sviluppare fino alle conseguenze ultime è che il “successo” delle politiche economiche statunitensi - prodotto da stimoli sfrenati e in apparenza semi-permanenti sul piano monetario, valutario e fiscale - è in parte non piccola dovuto a una condizione strettamente politica: che l’Unione europea germanocentrica, negli ultimi sei anni, ha scelto di fare l’esatto contrario. Non ha stampato moneta, ha imposto ai suoi stati membri ferree discipline di bilancio e al suo sistema bancario un severo periodo di rieducazione patrimoniale e regolamentare. Non ha acceso guerre valutarie al ribasso contro cui d’altronde proprio il primo Draghi, da Francoforte, metteva in guardia. Ha fatto invece - l’Europa del “taglio di capelli” alla Grecia e della dieta deflazionistica all’Italia e altrove - ciò che i manuali di “buona economia” insegnano da sempre e che i commentatori economici italiani hanno suggerito in ogni tempo e sotto ogni bandiera.

Oltre Atlantico, invece, è sempre più chiaro che la stessa Amministrazione Obama ha maldestramente gestito la stabilità geopolitica in Ucraina o in Medio Oriente tanto quanto ha lasciato irrisolto (e impunito) l’ultimo tsunami finanziario a Wall Street. La liquidità a gogò erogata dalla Fed ha salvato banche, Borsa e debito pubblico Usa e ha tenuto il dollaro stabilmente svalutato verso l’euro. Doveva far così anche l’Europa? Cosa sarebbe accaduto agli Usa se l’Europa avesse fatto così? Se avesse salvato la Grecia al primo weekend? Se avesse consentito all’Italia la flessibilità di bilancio che oggi la Francia si auto-assegna in un soprassalto “politico”?

Nessuno può dirlo: neppure Zingales, che oggi si affanna a suggerire la ricetta americana al premier Matteo Renzi. Ma non prima di aver riconfermato la sua fedeltà a Draghi: il quale, peraltro, ha ormai compiuto un’inversione diametrale di rotta rispetto al suo avvento ai vertici della Bce. Un Draghi “amerikano”, che però è ormai stabilmente in minoranza nel governing council Bce (a proposito: non è sorprendente che la Francia che alza la voce in pubblico sulla flessibilità fiscale si accodi invece diplomaticamente all’inflessibilità tedesca sulla gestione dell’euro nel chiuso nelle stanze dei bottoni Bce?).

Will Mr Draghi have to go? Non abbiamo ancora letto il sinistro titolo con cui il New York Times “licenziò” il presidente dell’Eni Enrico Mattei, poche settimane prima della sua tragica morte. A parti invertite, il pressing dovrebbe giungere in tedesco, ma probabilmente non lo leggeremo mai. Un Draghi debole, una Bce “in folle”, neutralizzata nella sua governance, è forse la prospettiva più gradita alla Germania; che infatti - contro molte attese - nel 2011 preferì il banchiere italiano di scuola Goldman Sachs al proprio candidato Axel Weber, numero uno della Buba. Oggi è forse più Draghi preoccupato di aprirsi “un’uscita di sicurezza” nel caso in cui la sua posizione si facesse insostenibile. Il primo inquilino dell’Eurotower non ha più dietro di sé neppure il suo pur acciaccato Paese d’origine e il milieu di Wall Street (ovviamente tifoso di ogni espansionismo monetario) non è più strapotente come dieci o anche solo tre anni fa.

È fors’anche per questo che attorno alla rupture italiana di cui Renzi sta provando a venire a capo in questo scorcio di 2014 si stanno facendo più forti le tensioni attorno al Quirinale. Lo scenario di un abbandono rapido da parte di Giorgio Napolitano (premuto anche dagli sviluppi giudiziari a Palermo) è ogni giorno più realistico e l’approdo al Quirinale sarebbe per Draghi - e per i suoi molti e potenti supporter - un percorso ideale: per una ritirata tattica, politicamente efficace, dalla Bce e per un presidio rinnovato sul sistema-Italia.