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FINANZA E POLITICA/ Renzi e Draghi tra Europa e America

Matteo Renzi e Mario Draghi: due personaggi con ruoli e compiti diversi, che però sembrano incrociarsi nel destino di Italia ed Europa. L’analisi di GIANNI CREDIT

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Se anche un economista “assoluto” come Luigi Zingales ammette su Il Sole 24 Ore che la recessione in Europa è “un problema politico” vuol dire che qualcosa sta cambiando: almeno nelle teste e negli atteggiamenti - se non nelle convenienze - dei professori e delle élite che li utilizzano come portavoce. Certo, può essere un po’ tardi e Zingales stesso dimentica un po’ troppo facilmente che tre anni fa proprio lui - assieme a molti altri - si sgolava a ripetere che l’economia parlava chiaro ed era inappellabile: la politica (il Governo di Silvio Berlusconi) doveva essere estromessa. Non c’era alternativa all’affidarsi all’economista-tecnocrate Mario Monti per applicare la ricetta “tecnica” prescritta da Mario Draghi, Presidente designato della Bce, su mandato del cancelliere tedesco Angela Merkel.

I leader di Germania e Francia si permettevano in pubblico ironie (politiche) sul Governo italiano, ma lo spread italiano a 575 consentiva poche repliche, che d’altronde un Monti non avrebbe neppure concepito. Veniva brandito, lo spread, come verità ultima dell’oggettività economica e quindi di un’etica politica rigidamente conseguente, anche se la valutazione del merito di credito sovrano era nei fatti una spada di Brenno. E all’establishment italiano, evidentemente, interessava l’effetto politico interno immediato rispetto alle ricadute economiche già allora prevedibili per gli anni successivi, dopo l’azzeramento della competitività esterna del sistema-Paese (politica prima ancora che economica).

Oggi anche uno Zingales - esemplare di cervello europeo assoldato dalla scuola di Chicago - riconosce fra le righe che il “pensiero unico”, l’economie d’abord, può essere un artificio intellettuale se non ideologico. Che, quindi, gli economisti rigoristi tedeschi possono “aver ragione” nel sostenere i loro “principi”: ad esempio, opponendosi alle operazioni straordinarie di politica monetaria espansiva che la Bce di Mario Draghi si sforza invano da mesi di varare per rianimare per questa via l’economia dell’eurozona.

Certo, la Germania “ha torto” laddove la performance economica dell’Eurozona è ormai letteralmente povera: ma è ormai altrettanto evidente che il problema è “politico”, non “intellettuale”. Che la “colpa”, ormai, non è (solo) della Germania che il mantra dipinge come “miope e irresponsabile nell’assumersi le responsabilità di leader dell’Ue, ecc.”; ma forse più dei paesi partner che non sono capaci di utilizzare politicamente le istituzioni Ue per far valere orientamenti diversi di politica economica, in campo monetario e fiscale. Che non ne sono più capaci anche perché svirilizzati nella loro opinione pubblica e nelle loro istituzioni nazionali dai mantra che hanno accompagnato sulle due sponde dell’Atlantico tutti i G20 seguiti al crac di Wall Street.