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FINANZA E POLITICA/ Recchi "congela" Telecom (e Scaroni studia da "nuovo Romiti")

Giuseppe Recchi è pronto a lasciare Eni per approdare a Telecom. Paolo Scaroni potrebbe avanzare o comunque non uscire di scena tanto presto, come ci spiega GIANNI CREDIT

Paolo Scaroni (Infophoto)Paolo Scaroni (Infophoto)

Il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi è dunque il candidato ufficiale alla successione di Franco Bernabé, dimessosi alla presidenza di Telecom oltre sei mesi fa: cioè dopo l’accordo di principio raggiunto fra i grandi soci Telco per il rafforzamento progressivo di Telefonica fino al controllo del gruppo. La “vacatio” è stata problematica e ha via via bruciato la candidatura interna dell’Ad Marco Patuano, quelle esterne dell’Ad di Poste italiane Massimo Sarmi o dell’ex ministro Corrado Passera; e l’ipotesi di ritorno di Vito Gamberale (il padre di Tim) o di Gabriele Galateri di Genola, oggi alle Generali. L’emergere del nome di Recchi, ora, segnala anzitutto l’intento sostanziale di tutti o quasi gli attori in campo di raffreddare uno “status quo” difficile.

Fin dall’inizio è stato evidente che Telefonica non fosse impaziente di far compiere un definitivo salto di qualità a una partnership che finora ha dato a Madrid più grattacapi che soddisfazioni e che non promette di darne nell’immediato futuro: lo hanno confermato gli ostacoli subito alzatisi per il possibile sganciamento di Telecom da Tim Brasil, l’unico reale interesse strategico di Telefonica. La partita brasiliana, d’altronde, è stata utilizzata al massimo da Findim (Marco Fossati) per rialzare il livello della conflittualità interna all’azionariato e alla governance: una situazione di instabilità che, sul mercato, ha registrato l’attenzione di un attore come il megafondo BlackRock. Nel frattempo la lunga transizione politica interna ha congelato ogni prospettiva immediata di scorporo della rete Telecom verso la Cassa depositi e prestiti. E i grandi soci italiani di Telco?

Per Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo l’orientamento formale non cambia e conferma la dismissione di una partecipazione ingombrante e lontana dalla rifocalizzazione strategica annunciata da tutte e tre le istituzioni. Però lo scenario è cambiato rispetto all’autunno 2013, quando la svolta in Telco suonò per certi versi come un disimpegno deluso e polemico della City milanese, sotto forte pressione concentrica (mercati globali e recessione interna, regole bancarie europee, magistratura, parlamento “grillino”, ecc.). Benché la stagione degli interventi bancari “di sistema” sembri superata, non c’è dubbio che attorno al settore creditizio domestico l’aria sia meno pesante.