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FINANZA E POLITICA/ Attenti all'ottimismo dei mercati sull'Italia di Renzi

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Eppure nell’autunno 2011 erano state le banche italiane le grandi bocciate in occasione del primo stress test dell’Eba. Quelle stesse banche si sono ricapitalizzate - spesso più di una volta - sul mercato: salvo Mps, non hanno dovuto chiedere aiuti di Stato o internazionali come quelle spagnole. E ora stanno sopportando con le loro forze pesanti svalutazioni di bilancio: per ora senza “bad bank”, cioè senza dover ricorrere al mercato per svendere le proprie sofferenze.

Su queste banche italiane puntano con impazienza gli investitori internazionali: ma sono gli stessi che le avevano pesantemente vendute nel 2001-2012, perché lo spread sovrano (cioè un fattore esterno) rendeva i loro attivi potenzialmente più rischiosi di quelli zeppi di derivati delle banche tedesche; e la loro raccolta apparentemente più difficile, a dispetto degli enormi giacimenti di risparmio tuttora presenti in Italia (lo ha notato alcuni giorni su queste pagine Paolo Annoni).

Quindi? Tutto bene, certo, se i capitali internazionali “riscoprono” l’Italia, ma attenzione al rischio che per quei mercati “l’Italian recovery” non sia una “sexy story” speculativa (non da ultimo per le privatizzazioni in arrivo): la stessa “storia”, del resto, che tre anni fa ha funzionato esattamente alla rovescia. Un “complotto bello e buono” lamenta ancora oggi Giulio Tremonti nel suo ultimo libro. Non ha tutti i torti, ma non ha neppure del tutto ragione. I mercati non sono né buoni né cattivi. Hanno un unico imperativo: fare soldi con i soldi. E nell’estate 2011 la “storia” dell’Italia fallita era perfetta per moltiplicare sul fronte dei tassi il leggendario attacco alla lira di George Soros vent’anni fa. Con la differenza che oggi l’oligopolio bancario di mercato è assai più grande e potente: “too big” forse anche per il debito pubblico Usa o per il London Stock Exchange. Una volta che i rating emessi da tre agenzie controllate dall’oligopolio stesso sono entrati nelle regole finanziarie internazionali, la cosiddetta e vituperata politica può poco.

Può utilizzare i raid dei gestori, il cui compito è peraltro quello di amministrare efficientemente i risparmi e i capitali di centinaia di milioni di persone e imprese sparse ovunque sul pianeta. Gli Stati Uniti possono aver cavalcato la crisi finanziaria italiana - a fianco di quella greca - per tenere alta la tensione geopolitica dentro e attorno l’eurozona dominata da una Germania troppo esuberante. Silvio Berlusconi ha fatto certamente le spese definitive del suo inguaribile profilo di “outsider”, per di più al tramonto del suo ventennio. Ora il vento sembra aver cambiato diametralmente direzione: Matteo Renzi riceve la visita e il supporto di Barack Obama dopo aver ingaggiato battaglie pesanti su tutti i fronti, interni ed esterni. E l’intendenza sembra seguire: non tuttavia per ordine di scuderia, ma perché anzitutto conviene innescare un ciclo di “profezie che si autoavverano”, strettamente dettate da mosse ed esigenze dei mercati.