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FINANZA E POLITICA/ Se Milano (ri)perde l'aereo

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Se l’Italia fosse un Paese normale - come lo è oggi un Emirato del Golfo, impegnato nella ricerca di competitività globale al di là della rendita petrolifera e degli investimenti immobiliari e finanziari - questi semplici percorsi strategici sarebbero stati pensati e realizzati per tempo da imprese italiane appoggiate da politiche pubbliche nazionali, volte a produrre valore aggiunto (Pil) italiano.

La prima di queste imprese avrebbe dovuto essere Alitalia, che invece proprio in questo giorni sta consegnando il proprio fallimento a Etihad, la compagnia di Abu Dhabi, cugina di Emirates. Giovedì sera il Ceo di Etihad, James Hogan, è stato ricevuto per l’ultimo via libera dal premier Matteo Renzi: quest’ultimo in partenza per Milano, per tuffarsi nel bagno di folla del Salone del Mobile e girare fra i cantieri dell’Expo. Quasi negli stessi minuti, intanto, il Tar del Lazio ha annunciato di aver accolto un ricorso dell’Assoaereo (capitanata da Alitalia) che giudicava “illegali” i voli EK205/206 in quanto gestiti da un operatore non Ue.

Vorremmo pensare che la pensata dell’oscuro magistrato amministrativo capitolino rappresenti un lesto favore fatto ai nuovi padroni arabi della compagnia della Magliana, abbarbicata attorno a Fiumicino. Ma temiamo di no. Temiamo che i tempi e modi rispondano alla stessa degenerazione “di sistema” che ha portato in un bisticcio umorale fra “vacche sacre” della Procura di Milano ad alcuni arresti “d’occasione” in zona Expo: catalogati - anche da alcuni grandi giornali di Milano - alla solita voce “c’è del marcio in Lombardia”. Salvo che pochi giorni dopo quella Lombardia lì - quella che piace a Renzi anche se non l’ha fatta lui; quella che piace a Emirates coi soldi sul tavolo di Malpensa - inventa un evento che non puzza affatto e invece profuma di ripresa con intensità inattesa e insperata.

Certo, per qualcuno l’aria di Milano resta irrespirabile: ad esempio, per l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel. Nel “miglio quadrato” meneghino si sussurra che andrà lui personalmente a guidare la nuova piattaforma di “corporate e investment banking” progettata nella City londinese dall’istituto che fu di Enrico Cuccia. Ma come dargli torto? Il successore di Cuccia e Vincenzo Maranghi è da due anni sotto indagine presso la Procura di Milano per l’ultra-controversa vicenda del presunto “papello” rilasciato alla famiglia Ligresti. Come fa un banchiere d’affari - per la cronaca: nato a Milano, laureato in Bocconi e cresciuto in Mediobanca fino ad approdarne al vertice - a fare il suo lavoro a Milano se sul suo biglietto da visita c’è scritto “fine indagine mai”?

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