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FINANZA/ Banche, aeroporti, reti (e magistrati): cresce la nuova "questione settentrionale"

La cronaca fa crescere il dibattito sulla “nuova questione settentrionale”: sul futuro di Milano e del Nord, sul loro ruolo nella transizione italiana. L’analisi di GIANNI CREDIT

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La cronaca fa crescere il dibattito sulla “nuova questione settentrionale”: sul futuro di Milano e del Nord, sul loro ruolo nella transizione italiana. Una questione che - non ce ne voglia Paolo Franchi - è solo superficialmente parente del neopopulismo anti-europeo e tanto meno pare figlia del “vecchio Bossi” (abbiamo già tentato qualche riflessione su queste pagine).

Dario Di Vico su Il Corriere della Sera tiene d’occhio la più piccola Popolare del Nordest che si ribella a Bankitalia non diversamente da quanto abbia fatto (finora con successo) la Popolare di Milano. Veneto Banca sarà pure cresciuta tumultuosamente quanto il suo “distretto dello scarpone” a Montebelluna, ma non ci sta a passare per “banca fallita” (come il Montepaschi). E se la Vigilanza vuole un aumento di capitale, i quattrini non sono un problema: non c’è bisogno di soldi pubblici, di Monti-bond. Ci sono quattrini verosimilmente italiani, di chi è già socio di Veneto Banca, magari di seconda o terza generazione. Certo, magari quattrini “sommersi” di ritorno da qualcuno dei tanti distretti creati negli ultimi trent’anni dalla de-localizzazione industriale.

Questione politico-economica scabrosa, ma resta ciò che il premier Matteo Renzi continua ad augurarsi, anche per generare un po’ di gettito extra. E la burocrazia di via Nazionale - nel 2014 - è davvero diversa da quella che lo stesso Renzi vuole “combattere con violenza”? Bankitalia è ancora insindacabile nel distribuire promozioni e bocciature sul terreno della “sana e prudente gestione” bancaria? La Vigilanza “di Roma” può cacciare “a prescindere” un direttore generale in provincia di Treviso, può “sventrare” una banca come la Veneto?

Alla Popolare di Milano ci ha provato - non essendo priva di qualche ragione - ma non c’è riuscita: soprattutto perché, negli ultimi due anni, ha sbagliato clamorosamente ricetta. E l’errore, a posteriori, è consistito in una drammatica non comprensione di una “questione bancaria” nei fatti molto settentrionale e alla fine troppo grande e complessa per essere gestita perfino dalle tecnocrazie di Francoforte o Bruxelles. Una “questione” capace di resistere finora alle pressioni di lungo periodo provenienti dalla City e da Wall Street, strutturalmente avversarie del bancocentrismo continentale.

Il Corriere rubrica alla voce “Il Nord inquieto” anche le mosse degli aeroporti padani: proprio quando il Comune di Milano scende (finalmente) in campo per difendere dalle carte bollate del Consiglio di Stato il nuovo volo Malpensa-New York di Emirates. Palazzo Marino - a 360 giorni dallo start dell’Expo - riconosce che l’investimento della compagnia di Dubai ha creato occupazione e migliorato la qualità del servizio per molti pendolari fra il settentrione italiano e gli Usa (è quanto abbiamo notato poco tempo fa su queste pagine). E Alitalia-Etihad e Fiumicino? Un dossier-Paese? Forse solo una “questione centro-meridionale”: una crisi occupazionale che interessa soprattutto la Magliana, alle porte di Roma. Per il Salone del Mobile (o nel 2015 per l’Expo) la “fast track” Sidney (Singapore, Hong Kong, New Dheli)-Dubai-Milano già esistente - perché c’è il volo su New York - è più importante dei voli da Abu Dhabi a Fiumicino che verranno se e chissà quando.