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FINANZA E POLITICA/ Decreto Lotti? Ai "media" italiani serve una legge Amato

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La “media industry” italiana non è in una situazione molto diversa da quella del sistema bancario italiano di trent’anni fa. Come il San Paolo di Torino o la Cariplo allora avevano lo Stato come padrone, le “media company” italiane hanno per lo più come azionisti di controllo un manipolo di investitori incapaci di fornire sia nuovi capitali che dosi nuove ed effettive di imprenditorialità-media. Sono aziende piccole e di respiro nazionale, ormai non più difese né dall’effetto lingua (come le banche lo erano dalla valuta nazionale), né dalla combinazione tecnologia-costo dei vecchi prodotti cartacei.

Hanno top manager senza spiccato profilo competitivo nel loro settore. Sono grandi imprese “fordiste” cariche di lavoratori dipendenti rigidamente funzionali a “catene di montaggio” antiquate. E - non ne vogliano i colleghi - nel profondo dell’editoria giornalistica italiana resta radicato l’archetipo “mussoliniano” in base al quale editori e giornalisti formano un’unica corporazione di intermediari di notizie all’interno di un’Azienda-Italia autarchica.

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