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FINANZA E POLITICA/ Decreto Lotti? Ai "media" italiani serve una legge Amato

Il Governo Renzi si prepara a intervenire anche sull’editoria, un settore che, spiega GIANNI CREDIT, attraversa una crisi simile a quella delle banche negli anni 90

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Del “decreto Lotti”, che ha sbloccato 50 milioni pubblici per l’editoria italiana in crisi, i giornalisti dovrebbero parlarne solo bene: senza se e senza ma. Soprattutto quando su altri fronti - ad esempio la Pa - il governo mostra di volersi muovere con molto bastone e poche carote: almeno nelle intenzioni. Alla “casta” dei giornalisti - bersaglio privilegiato del populismo grillino e certamente lontana dalle simpatie primordiali del renzismo - sono invece arrivate provvidenze che ne rispettano uno “status” peculiare, anche se probabilmente per l’ultima volta.

La figura del giornalista “civil servant” - membro di una classe dirigente “parapubblica” del Paese - è stata forgiata da Benito Mussolini, giornalista ed editore tanto brillante quanto povero prima di diventare il più longevo premier italiano. Il Duce - grande uomo di comunicazione - non dimenticò di elevare strutturalmente la condizione socio-economica dei colleghi organizzandoli in una corporazione tuttora vitale (anzi: unica sopravvissuta) nella Fnsi; ed equiparandoli a medici, avvocati, ingegneri, ecc. negli ordini professionali del codice civile, “pendant” dei mestieri più nobili del monopolio pubblico (magistrati, professori universitari, ecc.).

Matteo Renzi (ci abbiamo già riflettuto sul caso Rai) non sta certo mostrando cautele nell’estendere le logiche rottamatorie a un’editoria nazionale indubitabilmente obsoleta in tutti i suoi segmenti. Il decreto Lotti, tuttavia, concede una parziale eutanasia ai plotoni di giornalisti sessantottini e oltre, che sovrappopolano le redazioni di stampa e tv di Prima e Seconda repubblica. Non è ancora chiaro se i giubbotti di salvataggio lanciati saranno sufficienti a far approdare tutti gli “over 50” alla riva della pensione. Il plenipotenziario del premier non ha invece torto nel sottolineare l’utilità del decreto per aprire le porte della media industry a centinaia di venti/trenta/quarantenni che da troppo tempo affrontano un precariato che spesso non è stato così duro neppure nelle classiche leggende dei “seniores”.

Più ancora, vedremo in dettaglio come e quanto la normativa riuscirà a favorire le start-up editoriali: un governo audacissimo (veramente “sussidiario”) avrebbe riversato qui almeno una parte delle risorse destinate ai prepensionamenti. Avrebbe concesso sgravi o altri sostegni ai cinquantenni che avessero abbandonato grandi gruppi in crisi e si fossero reinventati imprenditori o si fossero messi al servizio di nuovi imprenditori, tendenzialmente più giovani, competitivi sul piano tecnologico e del marketing anche se privi di esperienza nella produzione di contenuti giornalistici di qualità. Ma per aggiustare il tiro Renzi e Lotti hanno ancora tempo: forse anche per una riflessione più ampia e profonda su quale può essere la più efficace “politica per l’editoria” nell’Italia del 2014 e seguenti.