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SPILLO/ Draghi, un bazooka caricato ad acqua?

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Più volte ci siamo quindi ritrovati a sospettare che lo stesso sistema bancario, che aveva provocato la crisi e aveva resistito a ogni tentativo di ri-regolazione, avesse finito per accaparrarsi la liquidità d'emergenza grazie a una lobbying ormai "egemone" su qualunque altro potere non finanziario. Negli anni 30, la Grande Depressione – contraccolpo della caduta verticale della fiducia propagatasi dai mercati finanziari all'economia – produsse un ritorno della leadership politica: il New Deal della presidenza Roosevelt ebbe come gemella la legge Glass-Steagall che smontò letteralmente il sistema bancario, isolando l'attività creditizia dalla finanza di mercato (il muro fu riabbattuto solo mezzo secolo dopo, da una "deregulation" reaganiana, gemella della globalizzazione e della caduta della cortina di ferro in Europa). Ma dopo il 1929, fu la finanza pubblica a rilanciare l'economia, con la temporanea neutralizzazione di quella privata, cui era venuto meno l'ingrediente indispensabile della fiducia: la capacità di portare efficienza nell'economia attraverso l'intermediazione.

Questa breve riflessione non vuol essere una stroncatura delle misure non convenzionali a sostegno del credito annunciate ieri da Mario Draghi: questa rubrica, come minimo, è molto lontana dall'autorevolezza del presidente della Bce, di cui neppure si può mettere in dubbio l'onestà intellettuale. Però il timore che il bazooka di Draghi si riveli caricato ad acqua rimane: unito al sospetto che un oligopolio bancario già rianimato dalla "cura dell'acqua" made in Usa e e non troppo diverso da quello pre-crisi riesca ad avere la meglio sul tentativo (forse tardivo) di Draghi di scuotere via liquidità l'economia europea. Quella italiana in particolare: finita nella morsa fra l'austerità tedesca e l'anti-austerità americana.

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