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FINANZA E POLITICA/ Nuovo risiko bancario all'insegna del "down"

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La tecnocrazia sovrannazionale – mai fuori linea rispetto ai mercati apolidi – continua dunque a premere sul residuo bancocentrismo domestico italiano. E sa di poter contare in questa fase – su una possibile neutralità del governo Renzi: il quale non sembra il premier disposto a far battaglie “alla francese” per difendere grandi aziende italiane; anche se è certamente lontano da ultraliberismi “alla Giavazzi”, per cui l’unica banca italiana buona è quella che viene comprata da una banca non italiana. (Non va peraltro dimenticato che proprio nei giorni scorsi al vertice dell’Ente Cassa Firenze, grande azionista di Intesa Sanpaolo – è approdato Marco Tombari, un 48enne giurista molto vicino al premier: e nel suo studio ha lavorato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi).

Quel che resta nella scala della probabilità è d’altronde la prevalenza di un categoria nel riassetto bancario alle porte: il “downsizing”, il “downmoding”. La riduzione: sia dei consiglieri d’amministrazione che dei dipendenti, che dei loro compensi, che del divario fra quest’ultimi. Il ridimensionamento: soprattutto delle oltre 30mila agenzie territoriali (è per questo che un’ipotesi di concentrazione come quella fra le due Popolari valtellinesi un tempo sarebbe stata inconcepibile, oggi è invece incoraggiata da Via Nazionale perché obbliga a una razionalizzazione più radicale delle reti). Meno banche: sicuramente nella “flotilla” del credito cooperativo, all’interno della quale, pure, il salvataggio delle imbarcazioni che non hanno retto il mare contrario fa parte della tradizione mutualistica. Ma “meno banche” terrà dentro anche operazioni tutt’altro che minori e già in pipeline: come la quotazione di Fineco (da parte di UniCredit) che dovrebbe approdare in Piazza Affari il 3 luglio. Meno capitale investito in partecipazioni in bilanci che devono essere più solidi nella base patrimoniale e più flessibili nella liquidità, nella rigenerazione del credito alle imprese, nel riorientamento degli investimenti finanziari. Non da ultimo: meno soci individuali (o almeno meno “greggi di soci dormienti”) e più investitori istituzionali nelle Popolari. Meno Fondazioni (perché gli enti non si possono fondere?) e meno peso delle Fondazioni in banca (ma qui l’Acri potrebbe anticipare “regulator” e mercati con un’accelerazione dell’autoriforma).

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