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FINANZA E POLITICA/ Mediobanca e quella mossa del cavallo di Nagel

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Fondiaria, prima tenuta chiusa a chiave (come Generali) nella cassaforte di Mediobanca, viene poi abborracciata con Sai, male vigilata e infine malsalvata in extremis con Unipol: è cronaca recente, ormai più giudiziaria che finanziaria. E UnipolSai - in molti attorno a Piazza Affari giungono ad augurarselo - è candidata essa stessa a trovare stabilità presso un acquirente all’estero.

Mentre in ogni caso Mediobanca faceva da apripista per l’Opa Telecom, Cuccia e Maranghi studiavano e realizzavano l’arrocco che internazionalizzò Mediobanca ben prima che il suo Ceo chiedesse la residenza a Londra. L’auto-scalata che garantì agli investitori francesi capeggiati da Vincent Bolloré una posizione importante e solida ancora nel 2014. La successiva “scalata nazionale” di banche e Fondazioni alle Generali promossa dall’allora governatore Antonio Fazio, fu fatale a Maranghi, allo stesso governatore ma in fondo alla stessa Mediobanca: e non sono state le successive “pax” negoziate da personaggi come Cesare Geronzi o Giovanni Bazoli a garantire un autentico futuro strategico.

La “fuga” di Nagel - dopo le ritirate da Telecom e Rcs e il ridimensionamento in Generali - è alla fine l’esito di un lungo addio dell’Azienda-Italia a se stessa a quello che è stata: anche da quell’agosto ‘46 quando (a Roma) fu costituita una “banca di credito finanziario” e non fece molta notizia. 

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