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FINANZA E POLITICA/ D'estate lo spread italiano è sempre sexy

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Meno ovvia, almeno dal punto di vista di questa piccola rubrica, è invece la sicurezza con cui le parole di Draghi sono state interpretate come “schiaffo” al premier Matteo Renzi. Il quale ha avuto buon gioco - almeno a nostro parere - a dirsi sinceramente d’accordo con un capo della Bce che lo sprona ad accelerare le riforme strutturali. Cosa più del melodrammatico finale della discussione sulla riforma - “inutile” - del Senato ha mostrato chi in Italia vuole “riformare” e chi no: per esempio, il senatore Pd Corradino Mineo, entrato a Palazzo Madama direttamente da una direzione Rai? Chi ha immaginato un’estrema resistenza al salvataggio Alitalia via Etihad: il ministro Lupi o i sindacati dei dipendenti di Fiumicino, a un passo dalla sede di Alitalia alla Magliana? Chi sta remando contro l’idea di “riformare la giustizia”, cioè di ridurre almeno al solo agosto le ferie estive dei palazzi di giustizia (non per aumentare le intercettazioni penali ma per smaltire l’arretrato di processi civili): il ministro Orlando o l’Associazione nazionale magistrati?

Ma c’è dell’altro a suggerire che il richiamo di Draghi a Renzi contenesse parecchia condivisione, se non proprio solidarietà. Anche il presidente della Bce - non diversamente dalla sua collega Janet Yellen al vertice Fed - sta sudando per disincagliare le sue specifiche “riforme strutturali”. È vero che Draghi sarà sempre in difficoltà a chiedere politiche espansive al cancelliere Merkel e alla Bundesbank fino a quando paesi come l’Italia avranno il Pil al di sotto della linea rossa e il debito pubblico al di sopra. Però è vero anche la Germania è una Signora No “a prescindere”: con Draghi non meno che con Renzi. Riguardo la politica monetaria e fiscale dell’intera eurozona piuttosto che la soluzione di una crisi greca o spagnola (a proposito: né Atene, né Madrid hanno evitato la gogna esemplare degli aiuti europei, l’Italia se l’è cavata - per ora - con la lettera del 2011).

Se d’altronde il capo della Bce vorrebbe pompare più liquidità nell’Azienda Europa, la Fed ha il problema opposto: dovrebbe/vorrebbe asciugare l’enorme liquidità immessa nella Corporate America prima per salvare Wall Street nel 2008, poi per stimolare l’economia lungo l’intera “era Obama”. Ma anche la banca del dollaro ha ben poca libertà di manovra: e non sorprende che un presidente democratico - capace di chiudere sempre entrambi gli occhi quando le lobby bancarie si sono procurate auto-assoluzioni per il passato e auto-promozioni per il futuro - abbia preteso che la stella polare della Fed diventasse l’occupazione (almeno fino alla fine del mandato alla Casa Bianca, nel 2016). I tassi, quindi, resteranno bassi negli Usa, dove il tapering del quantitative easing si profila lento, difficile, sempre più annunciato che realizzato: come l’allentamento monetario e fiscale in Europa che giace sulla scrivania di Draghi, eterna “opzione”. Come fors’anche le riforme di Renzi: il quale, tuttavia, deve pure sorbirsi le prediche veramente inutili del redivivo Francesco Giavazzi su Il Corriere della Sera su “come creare occupazione in Italia”.

Fino a che, comunque, l’economia euro-americana galleggerà sull’enorme liquidità generata negli States e viaggerà alla “velocità zero o quasi” del ciclo europeo - con tassi zero su entrambe le sponde dell’Atlantico - è comprensibile che i sistemi finanziari (banche e borse) saranno tanto nervosi quanto fantasiosi. Il “denaro gratis”, per un intermediario, è adrenalina pura: ma dall’altra parte - crisi geopolitiche a parte - ci sono economie ferme e listini a strutturale rischio-bolla.