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FINANZA E POLITICA/ Squinzi, Marchionne e la "loro" Confindustria

Giorgio Squinzi e Sergio Marchionne sono stati entrambi ospiti del Meeting di Rimini. Entrambi hanno parlato della situazione del Paese. Il commento di GIANNI CREDIT

Giorgio Squinzi (Infophoto)Giorgio Squinzi (Infophoto)

«La mia Confindustria». Giorgio Squinzi lo ripete tre volte di fila, venerdì mattina, conversando con Bernhard Scholz al Meeting di Rimini. È l’unico passaggio in cui il tono di voce del patron della Mapei - in un’ora mai rilassato ma mai aggressivo - si fa spigoloso. «Io non ho mai fatto parte di “salotti buoni”, la mia Confindustria, quelli che con me guidano l’associazione non è un salotto buono». Il premier Matteo Renzi non viene mai nominato, in aula Neri: Squinzi si rivolge sempre al “governo” o alla “politica”, e sempre con atteggiamento sobrio, senza aggettivi.

Non c’è nulla di personale - sembra sottolineare il leader degli industriali - nella dialettica recente fra palazzo Chigi e viale dell’Astronomia: alimentata - lascia capire Squinzi - più da Renzi che da Confindustria. Più, ad esempio, dal fastidio del premier nel tacciare di “gufo” l’ufficio studi Confindustria perché continua a registrare e prevedere cifre col segno meno. Non è un caso che Squinzi abbia ripetuto anche a Rimini che il Pil 2014 - «salvo miracoli» - farà ancora una volta un passo indietro.

Dirlo è sinonimo di “anti-renzismo”? O non è piuttosto Renzi che non si fida della “Confindustria di Squinzi”, dei suoi 150 mila associati? Come fa a non capire che in Italia non ci sarà nessuna ripresa senza le imprese? E faccia pure se vuole assumere 100mila insegnanti statali senza aver prima indicato tutti i sacrifici che dovrà chiaramente affrontare un Paese che vive al di sopra delle sue possibilità e dovrà invece ridurre il tenore di vita: ma il problema non sono - nel caso - i “gufi” di Confindustria. Sicuramente non la “sua” Confindustria.

Certo, Squinzi è stato disturbato parecchio dall’intervista concessa da Renzi a Tempi, alla vigilia del Meeting. Il presidente di Confindustria si è sentito un po’ attaccato da “fuoco amico”, ma soprattutto per il contenuto dell’attacco: l’associazione degli industriali reimpacchettata nel vecchio cliché novecentesco dei salotti buoni e dei poteri forti. «La mia Confindustria non è un salotto buono e nessuno di coloro che guidano oggi l’associazione vi è mai entrato», ha scandito Squinzi: e non è stato facile distinguere una punta d’amarezza verso Tempi, la preoccupazione per le chiusure pregiudiziali e fuorvianti di Renzi o il fastidio di aver visto - in rassegna stampa negli ultimi giorni - che una certa ostilità verso Confindustria è rinata proprio presso i residui “salotti buoni”.

Tanto che Squinzi ci ha tenuto a ribadire a chiare lettere di rappresentare un «capitalismo familiare» nel quale famiglie e persone restano carne viva delle imprese assieme ai capitali e alle tecnologie: famiglie e imprese ben diverse - senza andare troppo lontano - dalla Fiat della famiglia Agnelli. Famiglie e imprese forse più vicine ai Rocca di Techint: milanesi come Squinzi, anche se non manca chi - da tempo - ha già candidato Gianfelice Rocca (presidente di Assolombarda) come successore di Squinzi, in netta contrapposizione. E per dirla tutta, il passo breve accennato da alcuni articoli dopo Ferragosto si è spinto virtualmente a ipotizzare per il presidente in carica un “secondo mandato” di sostanziale “coabitazione” con Rocca.


COMMENTI
01/09/2014 - commento (francesco taddei)

la loro confindustria è sempre la stessa: niente sviluppo, solo sussidi e delocalizzazioni.