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FINANZA E POLITICA/ L'articolo 18, l'industriale Squinzi e la sua Confindustria

Il dibattito sull’articolo 18 accende anche una polemica del Foglio contro Confindustria e il suo quotidiano economico, Il Sole 24 Ore, come ci spiega GIANNI CREDIT

Giorgio Squinzi (S) e Susanna Camusso (Infophoto)Giorgio Squinzi (S) e Susanna Camusso (Infophoto)

Sbaglia il Foglio ad attaccare con insistenza Giorgio Squinzi per una freddezza - molto presunta - sull’articolo 18 e dintorni. Se c’è un leader imprenditoriale riformista da sempre - nei fatti e non solo quando “mi si nota di più” sui giornali - è il patron della Mapei. Certo, il suo stile imprenditoriale e civile (ribadito un mese fa al Meeting di Rimini) ha sempre rifiutato di affrontare i passaggi riformatori - specie se sostanziali e faticosi - in chiave di regolamento di conti sociali, politici, finanziari, personali. I contratti siglati da Federchimica (con una Cgil sempre ritrosa ma alla fine mai contraria) ne sono un modello, anzitutto per molti imprenditori che - diversamente da Squinzi - maneggiano e rischiano “i soldi degli altri”: delle banche (cioè il risparmio degli italiani) o dello Stato (cioè le tasse degli italiani). 

Sono alcuni fra questi imprenditori - sempre occupatissimi fra i palazzi romani, a cominciare da viale dell’Astronomia - a soffiare oggi sul fuoco della “libertà di licenziare” tout court: magari nella speranza (non troppo nascosta dai loro media) di vedere il premier-rottamatore Matteo Renzi schiantarsi in fretta contro il muro del suo “partito-sindacato”. E sono ancora alcuni di questi “professionisti di Confindustria” a sperare che Squinzi non porti a termine nel suo mandato la riforma della stessa Confindustria: che - ridisegnando la rappresentanza interna sulla base dei contributi - spingerebbe fuori da viale dell’Astronomia molto imprenditori-lobbysti, da convegno e da giornale.

Sulla “battaglia dell’articolo 18”, peraltro, il Foglio ha puntato il dito soprattutto contro Il Sole 24 Ore, che ha la Confindustria come azionista di larga maggioranza, ma oggi è pur sempre una società quotata, con una sua governance societaria ed editoriale. Gentilezze strettamente giornalistiche a parte, nel mirino del Foglio è finito, tre anni dopo, il titolo cubitale “Fate presto” con cui il quotidiano economico amplificò al massimo l’allarme creato, nel fine estate 2011, dalla crescita esponenziale dello spread italiano fino a 575.

Bene, il discorso del Foglio è questo: tre anni fa l’establishment imprenditoriale (allora capeggiato da Emma Marcegaglia, che si faceva fotografare volentieri con Susanna Camusso) si sgolò e sgomitò per accelerare una svolta che, nell’immediato, cacciava Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi e vi installava Mario Monti, con i gradi di senatore e vita. E in quelle settimane concitate, da Francoforte arrivava l’ormai famosa lettera firmata anche da Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente designato della Bce: vi si sollecitavano “riforme strutturali” che non sono poi state fatte né dal governo Monti (salvo un aggiustamento del sistema previdenziale), né da quello pilotato da Enrico Letta, dopo le elezioni del febbraio 2013.


COMMENTI
22/09/2014 - Che noia parlare sempre di Berlusconi! (Giuseppe Crippa)

Peccato che Credit nel suo articolo non citi a titolo esemplificativo neppure una riforma targata Berlusconi varata con successo – per tutti gli italiani, non soltanto per qualche interessato - nei vent’anni dei suoi governi. Eppure sono numerose: Eccone due esempi, e senza citare le numerose leggi che intervengono sui suoi processi penali: 1) Depenalizzazione del falso in bilancio 2) Condoni fiscali vari… L’anomalia Berlusconi è stata accompagnata sulla porta (ma non è ancora uscita) proprio perché si potesse poi davvero cambiare qualcosa. Il Foglio – forse - non ha tutti i torti, ma una grande maggioranza certamente.