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FINANZA E POLITICA/ Dopo Draghi e Tsipras: grandi debiti euro al riassetto?

Pochi giorni dopo l’annuncio del Quantitative easing da parte della Bce, arriva un’altra notizia sconvolgente per l’Europa: la vittoria di Tsipras in Grecia. Il commento di GIANNI CREDIT

Alexis Tsipras (Infophoto)Alexis Tsipras (Infophoto)

Dopo le cento ore di fuoco fra il consiglio Bce iniziato mercoledì sera e le elezioni greche di ieri, l’eurozona si sveglia lunedì 26 gennaio 2015 un po’ rinfrancata, ma senza assaporare (o diffondere attorno a sé) una sensazione di vera svolta. “Forget Qe” ha titolato ruvidamente un report di un’istituzione europea come Société Générale: è una forzatura, ma se si legge riga per riga il comunicato della Bce in italiano non è difficile capire che il Quantitative easing annunciato giovedì da Mario Draghi in conferenza stampa ha una struttura meno semplice di quanto riferito a caldo dai media. Non sono in arrivo acquisti di titoli sovrani dell’area per 60 miliardi al mese direttamente da parte della Bce fino al settembre 2016, e la ripartizione del rischio “20 a 80” non corrisponde puntualmente a una suddivisione dell’impegno finanziario fra Francoforte e le banche centrali nazionali (Bcn). La Bce invece “deterrà l’8% delle attività aggiuntive acquistate”, mentre un altro 12% di titoli rilevati dalle banche centrali nazionali “sarà soggetto a ripartizione del rischio”. I restanti acquisti aggiuntivi da parte delle Bcn “non verranno invece sottoposti a tale regime”. La Bce “manterrà il controllo su tutte le caratteristiche del programma e coordinerà gli acquisti, salvaguardando l’unicità della politica monetaria dell’Eurosistema. Quest’ultimo ricorrerà all’attuazione decentrata per attivare le proprie risorse”.

In concreto, l’Eurotower vigilerà che ogni mese gli acquisti complessivi da parte sua e delle Bcn non superino i 60 miliardi: le singole Bcn (fra cui la Banca d’Italia) potranno acquistare propri titoli di Stato (principalmente dalla banche del proprio Paese), ma per larga parte a proprio rischio e soprattutto utilizzando o creando propria liquidità (oppure riserve messe a disposizione da altre Bcn dell’Eurosistema).

È quindi meglio comprensibile la veemenza con cui il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha polemizzato con il collega della Bundesbank, Jens Weidmann: un’eco evidente dello scontro che - fra la cena di mercoledì sera e la sessione ufficiale di giovedì - ha agitato il summit dei governatori dell’euro. Un vertice al termine del quale non si è votato sul comunicato, perché presumibilmente anche non solo Weidmann avrebbe detto no al puro annuncio del programma, ma anche Visco avrebbe negato la sua approvazione a una manovra di articolazione più farraginosa e d’impatto sostanzialmente minore rispetto alle tre poderose ondate decise dalla Fed sul dollaro.

È altrettanto vero che - lo ha sottolineato anche Il Sussidiario - l’esito “virtuale” della conferenza stampa di Mario Draghi è stato tutt’altro che trascurabile: il minimo di 1,12 toccato venerdì dall’euro verso il dollaro - se confrontato con i recenti massimi superiori a 1,40 - prospetta un miglioramento reale della competitività dei prodotti dell’eurozona finora strangolati dal “super-euro”. E un altro minimo- quello di 116 dello spread italiano - ha comunicato a caldo che i mercati hanno comunque visto scattare nella scelta della Bce un meccanismo basico di “mutualità” fra i debiti sovrani dei paesi membri del club euro.