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FINANZA E POLITICA/ I grandi giornali in crisi e i lamenti di Capodanno

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Dal prossimo 10 gennaio i contenuti giornalistici prodotti dai collaboratori della Stampa di Torino saranno pubblicabili anche sul Secolo XIX, la testata genovese con cui La Stampa si è recentemente fusa. Il compenso sarà lo stesso. Nel frattempo - informa con toni allarmati il sito www.francoabruzzo.it - La Stampaha interrotto il rapporto di lavoro con due collaboratori stabili dell’edizione di Savona, che avevano chiesto l’assunzione. La Stampa ha chiuso in perdita il 2012 (27 milioni) e il 2013 (13 milioni). Le aspettative per il 2014 parlavano di un rosso di 4-5 milioni: prima, naturalmente, della fusione con il Decimonono.

Il Corriere della Sera ha concordato con la redazione 70 prepensionamenti entro il 2017; Il Sole 24 Ore 38, in teoria da perfezionare entro la conclusione dello stato di crisi: su entrambi i piani pesano però le incognite dei tempi, della capienza e dei vincoli erogativi del “decreto Lotti”, che in estate ha stanziato 120 milioni pubblici in tre anni per pensionamenti anticipati e assunzioni di giovani giornalisti. La Stampa ha in via di completamento un programma da 32 uscite.

La cronaca - certamente per quella che viene tuttora considerata l’aristocrazia della stampa italiana- parla dunque da sola. E appare superfluo azzardare dettagli o distinzioni, citare cognomi, cercare responsabili (e i giornalisti, in fondo, non lo sembrano tanto meno degli editori che accusano). Resta l’analisi stringata di una crisi che sembra giunta alle sue forche caudine.

Uno: la recessione - in Italia/Europa più prolungata e depressiva che altrove - ha tolto quote strutturali di valore aggiunto alla media industry, certamente a quella storica. Ricavi diffusionali e pubblicitari non torneranno mai più quelli pre-2007 e rimarranno lontani dal coprire le esigenze ritenute irrinunciabili “qui e ora” dalla maggioranza degli stakeholder dell’editoria (azionisti, manager, giornalisti, ecc.).

Due: l’accelerazione definitiva del cambiamento di tecnologie e prodotti informativi e la caduta finale delle barriere linguistiche hanno messo a nudo l’arretratezza concorrenziale di un sistema editoriale “autarchico”. Come in un altro ventennio, gli editori-media italiani hanno beneficiato volentieri dei protezionismi (pubblici e privati, reali o illusori) e hanno investito in misura largamente insufficiente nella ristrutturazione innovativa.

La stessa diffusione su tablet e smartphone è stata sfruttata per lo più come salvagente d’emergenza, lasciando alle redazioni l’idea di poter continuare a fare i giornali come dieci o vent’anni fa, e agli editori quella di poter vendere i giornali senza stamparli. Pressoché nessun gruppo in Italia (come invece hanno già fatto molti e bene all’estero) ha ricostruito il prodotto, il marketing e l’organizzazione del lavoro, i prezzi e i costi sulle caratteristiche dei device multimediali.

Anche dopo le ultime elezioni europee, gli abbonati sui tablet hanno trovato al mattino giornali old, gli stessi cartacei dell’edicola, datati spesso alla mezzanotte. Invece sarebbe (stato) possibile far lavorare i giornalisti (in esubero) fino alle 6 del mattino, cercando ricavi veri sul mercato, con la produttività e la qualità, ovviamente senza novecentesche maggiorazioni di stipendio. Tutti invece (editori e giornalisti) preferiscono chiedere sussidi pubblici.

Tre: ciò che accomuna oggettivamente i casi aziendali di Rcs, Sole 24 Ore e La Stampa è l’assenza di proprietà e di management interni alla media industry, competitivi per primi in quel mercatoNei gruppi di controllo dei tre poli non vi sono imprenditori editoriali, o almeno investitori che mettono i loro quattrini (tutti quelli che servono e al momento giusto) e il necessario impegno di governance perché vogliono guadagnare con quel business. Che sono capaci di gestire un gruppo competitivo in quel mercato o che per farlo arruolano the best people in town. Che pagano bene manager e giornalisti che portano i risultati preventivati; li cacciano se non li portano; li pagano poco (e non distribuiscono dividendo) se l’azienda si sta ristrutturando.