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FINANZA/ Dalla guerra di Segrate al risiko delle reti: una Repubblica fondata sui media

Carlo De Benedetti (Infophoto)Carlo De Benedetti (Infophoto)

Il gioco dei paralleli può essere stuzzicante, anche se non si presenta meno facile che formulare pronostici sull’esito di un risiko delle reti appena iniziato. Già, perché rispetto ai tardi anni ‘80, tutto è cambiato nella “media industry”: che si è globalizzata attorno alla Grande Rete e ha visto fra l’altro affacciarsi Rupert Murdoch, grande fratello della tv satellitare. Per questo la fotografia degli ex duellanti di Segrate che - venticinque anni dopo - siedono in prima persona al tavolo del riassetto dei media nazionali può apparire perfino poco rassicurante per il futuro dell’Azienda-Italia tout court: se non fosse che anche un premier che potrebbe essere nipote del Cavaliere e dell’Ingegnere si sta trincerando dietro la proprietà statale e l’interesse nazionale di un’infrastruttura senza futuro come Rai Way.

Renzi sta offrendo così il fianco alle strumentali grida di dolore di alcuni azionisti del Corriere (Mediobanca e Intesa Sanpaolo) che lo restano - per quanto disimpegnati - anche di Telecom. Certo, rottamare “per decreto” la rete di rame dell’ex monopolista pubblico può danneggiare il valore di Borsa di una blue chip di Piazza Affari: però non sono gli ex grandi nomi del capitalismo nazionale - bancario e non - a poter accusare Renzi di neo-statalismo perché vuole accelerare i tempi sulla rete di nuova generazione. Mediobanca, in particolare, ha pilotato tutti le grandi svolte di Telecom privata: dall’Opv del “nocciolino Agnelli” all’Opa di Colaninno, all’ingresso di Pirelli-Benetton, alla formazione del nucleo Mediobanca-Intesa con Telefonica. Se non ha saputo chiudere il cerchio fra investimenti privati e politica industriale (ad esempio, con il “piano Rovati”) o si è addirittura concessa l’errore di una maxi Opa a debito, non è colpa di Renzi (magari lo è stata di Prodi o Bersani).

C’è un soggetto “vecchio/ nuovo” che per ora si è tenuto lontano dalla mischia, ma che ha buone probabilità di giocarvi un ruolo importante: si chiama Yaki Elkann e ha la stessa età di Renzi. Suo nonno Gianni Agnelli e suo zio Umberto non dettero grande prova nella prima Telecom privatizzata e - a conti fatti - neppure come soci stabili Rcs. Però al Lingotto l’acqua è davvero passata sotto i ponti e poi il presidente della Fiat può contare oggi su Sergio Marchionne: un top manager che ha la stessa caratura di Cesare Romiti. L’allora amministratore delegato della Fiat - e plenipotenziario al Corriere anche per conto di Mediobanca - durante la guerra di Segrate schierò tacitamente via Solferino a fianco di Berlusconi (l’ascesa di Ferruccio De Bortoli come co-direttore alternato a Paolo Mieli inizia in quei mesi) in funzione anti-De Benedetti. E non è detto che anche la Fiat di Elkann e Marchionne possa trovare oggi delle convergenze con Berlusconi ma anche con Renzi sul terreno dei media.