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FINANZA E POLITICA/ Da Bergamo a Verona via Brescia: Popolari (e giornali) nel Nord in cerca d'autore

Nei prossimi mesi assisteremo a diverse manovre nel settore bancario, con probabili aggregazioni tra popolari, in particolare nel Nord del Paese. Il punto di GIANNI CREDIT

Giovanni Bazoli (Infophoto)Giovanni Bazoli (Infophoto)

Difficile che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali di domani si dilunghi sulla riforma delle Popolari, tanto meno facendo nomi. Anche per lui, del resto, sembra aver parlato l’altra autorità monetaria nazionale: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Interpellato da Repubblica sui destini di Mps, Padoan ha detto che il governo incoraggia certamente l’intero sistema creditizio a consolidarsi con aggregazioni, anche se rimarrà “osservatore di ciò che accade sul mercato”.

Non sarà del tutto così. Il Tesoro è destinato a giocare in prima battuta su almeno due fronti. Il primo e più importante è il lancio della bad bank per ripulire i bilanci delle banche italiane da molte decine di miliardi di crediti andati in fumo durante la grande recessione: sarà necessario trovare risorse per le agevolazioni fiscali e convincere l’Ue che non si tratta di aiuti di Stato. Un secondo fronte riguarda le Fondazioni, sottoposte alla vigilanza diretta di via XX Settembre: a maggior ragione dopo la recente autoriforma siglata dall’Acri presso il Mef. Potranno le Fondazioni - e in che misura - entrare come azioniste stabili nei “noccioli duri” che entro un anno o poco più dovranno presidiare le nuove Popolari Spa?

Il nuovo silenzio di Padoan - almeno finora - sembra collimare sul sostanziale silenzio dell’Atto negoziale Acri-Mef sulla questione: non vi sono pregiudiziali esplicite all’ingresso degli enti nelle Popolari nel rispetto del nuovo “paletto” fissato per gli investimenti finanziari singoli (non più di un terzo del patrimonio totale di una Fondazione). Certo il Tesoro potrà valutare caso per caso se autorizzare o no un singolo ente a partecipare a una singola operazione. Nel frattempo Padoan ribadisce però - con una risposta “silenziosa” a una domanda “con nome” - di non pretendere che un’operazione di riassetto fra Popolari e/o lo spostamento degli investimenti di qualche grande Fondazione venga indirizzato al salvataggio del Montepaschi: nel quale il Tesoro è divenuto (sicuramente controvoglia) azionista, nella speranza che già l’aumento di capitale in rampa di lancio in questi giorni stabilizzi il Monte e lo renda appetibile per un’aggregazione “di mercato”.

Il Tesoro - almeno formalmente - non sembra quindi esercitare alcun pressing su Ubi: la grande Popolare di Bergamo e Brescia, da molti mesi indicata come candidata ufficiosa delle autorità creditizie al ruolo di “cavaliere bianco” di Siena. Un ruolo cui certamente Ubi non aspira: mentre dal Tesoro giunge ora alle Popolari “riformande” un messaggio tutto sommato distensivo. Faccia il mercato, facciano le Popolari: si facciano le aggregazioni che riescono realisticamente a maturare. Che sono, sulla carta, un paio.

Una - a Nordovest - è quella fra la Popolare di Milano e quella dell’Emilia Romagna: con un second step già scritto (l’aggancio di Carige e forse di Banca Marche). Solo una Bpm “aggregante” può gestire le prevedibili resistenze finali dei dipendenti-soci: depotenziati rispetto al passato, ma per nulla emarginati (la probabile scelta di due advisor per i due organi della governance è significativa di una prevedibile problematicità concreta sulle alleanze).