BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

IL CASO/ Le tasse che possono creare più di 300.000 posti di lavoro

Per il Centro studi di Confindustria, dal dimezzamento dell'evasione fiscale potrebbero derivare 335mila occupati aggiunti e un +3,1% di Pil. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

InfophotoInfophoto

Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha citato, a proposito della lotta all'evasione, un Rapporto presentato nel dicembre scorso dall'autorevole Centro Studi della Confindustria (Csc), diretto da Luca Paolazzi. Nel Rapporto, il Csc ha stimato in una crescita del 3,1% del Pil e in oltre 335mila occupati aggiuntivi il beneficio che deriverebbe dal dimezzamento dell'evasione accompagnato dalla restituzione ai contribuenti, attraverso l'abbassamento delle aliquote, delle risorse recuperate dall'erario. Si tratta, dunque, di cifre considerevoli. 

Il Csc stima che in Italia l'evasione fiscale e contributiva ammonti a oltre 122 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del Pil. Al fisco vengono sottratti quasi 40 miliardi di Iva, 23,4 miliardi di Irpef, 5,2 miliardi di Ires, 3,0 miliardi di Irap, 16,3 miliardi di altre imposte indirette e 34,4 miliardi di contributi previdenziali. Secondo l'Istat, il sommerso economico, nel quale prospera l'evasione, è particolarmente elevato nelle altre attività di servizi (32,9% del valore aggiunto del settore), nel commercio, nei trasporti, nei settori dell'alloggio e della ristorazione (26,2%), nelle costruzioni (23,4%) e nelle attività professionali (19,7%). Al contrario, ha una incidenza contenuta nelle attività finanziarie e assicurative (3,5%) e nella manifattura (6,0%). 

Nel confronto europeo, per quanto riguarda il livello di evasione - basato sul tax gap per l'Iva - l'Italia si attesta al secondo posto dopo la Grecia, con un gettito evaso pari al 33,6% di quello dovuto, contro il 16,5% della Spagna, l'11,2% della Germania, l'8,9% della Francia e il 4,2% dei Paesi Bassi. L'elevato livello dell'evasione italiana può essere spiegato sotto tanti aspetti che il Csc elenca nel Rapporto non per ordine di importanza. La percezione di inefficienza della Pubblica amministrazione nell'erogazione dei servizi, unitamente alla diffusa convinzione che molti evadano, le forme e le tipologie di illegalità economica (corruzione), sono molto rilevanti nello spiegare il comportamento così deviante dei contribuenti. 

Il Csc mette il dito poi sull'inadeguatezza dell'amministrazione fiscale nell'effettuare i controlli, mirati a fare cassa e non a contrastare il fenomeno in modo strutturale, tanto che i contribuenti (in misura del 99%) rischiano di subire un controllo una volta solo nella vita. Altri paesi con livelli di evasione molto più bassi e condizioni di contesto più favorevoli si sono dotati di strumenti più efficaci, come emerge da analisi Ocse. Inoltre, vanno segnalate le elevate aliquote fiscali e l'onerosità degli adempimenti, che è massima in termini di numero di pagamenti e di tempo richiesto per assolvere gli obblighi. In più, l'accentuata frammentazione della struttura produttiva, tratto caratteristico del sistema economico italiano, accresce le opportunità di evasione e rende più difficile il compito di controllo delle agenzie fiscali. 

L'anomalia italiana va ricondotta a un capitale sociale inferiore e molto disomogeneo sul territorio. Con un senso dello Stato molto meno sviluppato di quanto sia in nazioni assai meno giovani. Nell'opinione pubblica dal 2008 si è registrato, secondo il Csc, un consenso crescente a favore del contrasto all'evasione, che risulta ora apprezzato dal 60% degli italiani. Quasi un italiano su due (48%) la giudica prioritaria, più della riduzione delle tasse stesse (prioritaria per il 23%), della spesa (15%) o del debito pubblico (12%). Si tratta di un fatto importante, su cui far leva, per operare anzitutto un cambiamento culturale.