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I NUMERI/ La grande bugia sui voucher lavoro

I voucher lavoro, il cui uso è aumentato negli ultimi anni, sono accusati di essere la nuova frontiera del precariato. I numeri però dicono altro, spiega GIULIANO CAZZOLA

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Siamo alle solite. Anni or sono le vestali del lavoro decente avevano dichiarato guerra ai call center. Queste aziende di servizio erano diventate delle Cayenna, l’ultimo girone del lavoro umano. Contro i call center si scrivevano articoli, saggi, si facevano film di successo. Quel tipo di occupazione era diventato il riferimento dell’indignazione dei salotti, tanto che un solerte ministro del Lavoro - l’ineffabile Cesare Damiano - convocò le associazioni di categoria e le convinse ad accettare dei criteri di classificazione in forza dei quali alcuni settori dei dipendenti diventarono d’acchito lavoratori subordinati. Il risultato fu che gran parte di quelle imprese andarono a “cercar fortuna” all’estero. Così, nei confronti di quelle rimaste in Italia si è avuta, in seguito, più comprensione per le loro esigenze nella gestione del personale, tanto che il settore è rimasto al riparo dei giri di vite a cui la più recente legislazione (dalle legge Fornero al Jobs Act) ha sottoposto i contratti di collaborazione.

Poi nel mirino dei “giustizieri” sono finiti le cosiddette partite Iva; salvo osservare con preoccupazione il vistoso crollo che questa forma d’impiego ha subito (non sempre a favore di una conversione in un contratto a tutele crescenti beneficiato dalla decontribuzione). Ora è la volta del lavoro accessorio, una tipologia di rapporto che lievita a vista d’occhio e che è divenuta la “nuova frontiera” nella denuncia e nella lotta al precariato.

Il decreto correttivo del Jobs Act (dlgs n.185/2016, di recente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) ha inasprito i criteri dei voucher (lo strumento di retribuzione, appunto, del lavoro accessorio) allo scopo di evitare gli abusi più frequenti. È stato introdotto, infatti, un obbligo di comunicazione (tramite posta elettronica e sms) all’ispettorato nazionale del lavoro locale, 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, mentre in precedenza per tale comunicazione era previsto un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi. In agricoltura la comunicazione potrà avvenire nell’arco di tre giorni. In caso di violazione degli obblighi di comunicazione si applica una sanzione amministrativa dai 400 ai 2.400 euro per ogni lavoratore per cui sia stata omessa la comunicazione.

A ogni modo le cifre sono significative: il numero di voucher equivalenti a 10 euro (di cui 2,5 euro di contribuzione sociale) complessivamente venduti dal 2008 al 31 dicembre 2015 è pari a 277,2 milioni per un importo complessivo di 2,8 miliardi di euro. La dinamica dei voucher venduti è stata particolarmente rilevante nel triennio 2013-2015 con incrementi annui attorno al 70%. Nel 2015 i voucher venduti sono stati 115 milioni per un importo complessivo di 1,15 miliardi di euro (dati Inps).

Ricordiamo, brevemente, la normativa che ha consentito l’utilizzo di questa forma di pagamento in tutti i settori in cui si fa ricorso al lavoro accessorio. Il decreto n. 81 del 2015 ha ampliato il raggio di azione al limite di 7.000 euro (netti) annui (2.000 per ogni singolo committente imprenditore o professionista). Anche i percettori di prestazioni di sostegno del reddito possono svolgere attività di lavoro accessorio nel limite di compensi non superiori a 3.000 euro. In agricoltura queste attività sono consentite se svolte da giovani studenti con meno di 25 anni compatibilmente con gli impegni scolastici o da pensionati. Oppure in attività agricole in favore di soggetti che non prevedono di superare un volume di affari di 7.000 euro l’anno.


COMMENTI
11/10/2016 - FATE SCHIFO (Michele Ballarini)

La crisi economica non è congiunturale ma strutturale; il sistema del lavoro che doveva assicurare a tutti un’occupazione non mantiene la parola data, e drena solo vertici o manovalanza; il miraggio di avere una casa, un’auto, e del tempo libero per potersi godere il frutto delle proprie fatiche, già compromesso, si rivela in costante allontanamento dalla realtà della maggioranza; il digital divide e le scuole manageriali di consulenza anglosassoni operano una spaccatura tra pochissimi destinati a governare i processi e una moltitudine costretti ad applicare o a subire; l’allontanamento periodico (e premeditato) dell’età pensionabile rende incerta tanto la previdenza quanto la possibilità di goderne in tempi utili; l’afflusso di migranti complica ulteriormente le cose, in un modo che è stato del tutto sottovalutato dagli analisti. Ben fanno i tedeschi a pensare come operare un cambio di direzione. Chi non elaborerà un modello alternativo sarà condannato a vedere fuggire i migliori, e accanto ad essi tutti coloro che restano ancora legati a una semplice idea: non si può vivere per lavorare, a qualunque costo, per sempre. Il sistema dei voucher codifica lo sfruttamento, così come il proliferare degli stage, nei quali gli stagisti vengono sfruttati, e nemmeno pagati se ancora studenti e se il corso è provvisto dalla scuola in collaborazione con l'azienda. In cambio miliardate alle imprese con il job act....