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RIFORMA PENSIONI 2016/ Il Jobs Act per la previdenza

Una vera riforma delle pensioni, secondo GIULIANO CAZZOLA, deve porsi l’obiettivo di aiutare i giovani ad avere in futuro un assegno adeguato quando lasceranno il lavoro

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Si fa sempre un gran parlare dei giovani, anche quando si affronta il tema delle pensioni: un argomento che è divenuto il “pane quotidiano” di tutti i talk show. Eppure, a pensarci bene, che cos’hanno da guadagnare i giovani (lavoratori di oggi e pensionati di domani) dalle soluzioni adottate (o promesse) in materia? Meno di nulla, se non forse un po’ di vendetta nei confronti delle generazioni dei padri e dei nonni, qualora passassero quelle disposizioni punitive sui trattamenti in essere che vengono continuamente minacciate. Per il resto, tutti i provvedimenti riguardano i pensionati o i pensionandi. In sostanza si concede ai giovani il contentino del “mal comune mezzo gaudio”, promettendo di tagliare la pensione dei “padri” egoisti e ingenerosi, minacciandoli di applicare anche a loro l’autodafé del calcolo contributivo. Occorrerebbe, invece, trovare il coraggio di dire la verità.

Il modello prefigurato dalla riforma Dini e dagli aggiustamenti successivi è rimasto con la testa rivolta all’indietro, nel senso che ha continuato a collocare i lavoratori di oggi e di domani nel mercato del lavoro di ieri, senza porsi l’obiettivo di come garantire ai giovani - a fronte delle condizioni del mercato del lavoro dell’economia globalizzata e competitiva - un trattamento non solo sostenibile, ma anche adeguato.

A pensarci bene, mutatis mutandis, sarebbe necessario compiere un’operazione analoga - sul piano della visione - a quella che fu fatta alla fine degli anni ‘60 con la legge delega n.153/1969, quando da un rozzo sistema contributivo (le cosiddette marchette) si passò a quello retributivo che si dava come obiettivo quello di assicurare, alla fine della vita attiva, una pensione equipollente al reddito acquisito nell’ultima fase di essa. La finalità era quella di garantire una vecchiaia dignitosa a quanti avevano avuto una storia lavorativa e contributiva piuttosto accidentata nell’immediato dopoguerra. O addirittura avevano visto sfumare i loro versamenti, relativi ad attività lavorative antecedenti il conflitto, per via dell’inflazione postbellica (a proposito: lo sa Matteo Salvini che Mussolini utilizzò le risorse dell’Inps per le sue imprese coloniali e belliche?).

Le modalità con cui questo esito venne perseguito (una retribuzione pensionabile limitata a un arco temporale troppo breve) sono, in parte, alla base dell’insostenibilità del sistema prima delle riforme. Ed era frutto di un’idea, allora radicata, dello sviluppo come dato permanente e in continuo progresso. Ma almeno il modello era in grado di garantire una tutela pensionistica adeguata per quei soggetti sociali che erano centrali nel mercato del lavoro di allora.

L’incerta prospettiva pensionistica dei giovani di oggi non deriva dalle regole dell’accreditamento dei contributi e dal meccanismo di calcolo della prestazione, ma dalla loro condizione occupazionale precaria e saltuaria durante la vita lavorativa. Una carriera contraddistinta da un accesso tardivo all’impiego, da rapporti interrotti e discontinui (senza potersi giovare, inoltre, di un adeguato sistema di ammortizzatori sociali che cucia tra di loro i differenti periodi lavorativi, magari contraddistinti da rapporti regolati da regimi differenti) finirà per influire negativamente anche su di una pensione il cui regime venne pensato per un lavoratore della società industriale.

Il fatto è che le nuove caratteristiche del lavoro non sono un incidente della storia, ma il frutto di una trasformazione permanente, resa necessaria dai processi dell’economia globale e competitiva. Da noi, invece, si continua a ballare intorno al totem del contratto a tempo indeterminato come forma comune di lavoro, come se bastasse sconfiggere, durante la vita attiva, quelle che chiamano condizioni di precarietà per salvare così anche la pensione. Quando occorrerebbe invertire il paradigma.


COMMENTI
02/03/2016 - ripresa illusoria (Michele Ballarini)

In 4.500 candidati per un posto di infermiere, a Verona. Finchè ci saranno queste "cifre", la ripresa è un'illusione, durerà lo spazio di qualche mese, un anno, poco più. I fondamentali economici sono mutati, per sempre. Il passaggio dalla lira all'euro ha compromesso i consumi, per il fatto che i prezzi sono lievitati, mentre salari, stipendi e pensioni NO. Esempi a bizzeffe: un'automobile che in lire costava 12 milioni, ora costa 12.000 euro (circa 24 milioni); la famosa pizza margherita, prima 5.000 lire, ora 5 o 6 euro. E via all'infinito. Inoltre, le nuove assunzioni ex job act, con un contratto a tempo indeterminato che in realtà significa risolvibile per qualsiasi motivo a discrezione del datore di lavoro (per la serie "non ci stai? Ti licenzio", salvo pagare un ridicolo compenso/indennizzo), e dunque lavoro finchè dura, sono state in larga parte regolarizzazioni di contratti precari. E ancora, è aumentata la disoccupazione giovanile mentre sono aumentati gli ultracinquantenni al lavoro: giovani a casa e nonni al lavoro. Signori liberisti, state conducendo le società al fallimento. I carnivori, quando avranno divorato tutti gli erbivori, si divoreranno tra loro. Sta già accadendo.