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PD/ A chi giova la ritirata di Veltroni, da partito a "vocazione maggioritaria" a forza di sinistra estrema?

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La crisi del PD ha qualcosa di paradossale: nel momento in cui non ha più in Parlamento la sinistra cosiddetta antagonista, mette tra parentesi la “vocazione maggioritaria” e si pone come priorità la rappresentanza del bacino estremista. 

Certamente se il gruppo dirigente avesse mantenuto una direzione di marcia coerente con quanto affermato sin dal proprio Congresso del Lingotto e quindi nella impostazione della campagna elettorale anche dopo la non imprevista sconfitta elettorale saremmo di fronte al consolidamento di un nuovo soggetto politico come alternativa riformista. Al contrario l’estromissione dal panorama parlamentare della sinistra antagonista anziché accelerare la caratterizzazione riformista l’ha bloccata e fatta regredire a vantaggio di un deciso spostamento a sinistra.

Non si tratta di una opposizione dura, ma di una opposizione agitata ed estremista che contraddice l’immagine del PD che Veltroni aveva tentato di costruire nei mesi precedenti. Che l’opposizione debba incalzare, tallonare e contestare anche con durezza la maggioranza è fuori discussione.

Ma quel che colpisce è la messa in ombra di ogni tratto riformista per tornare alle parole d’ordine più scomposte: la democrazia in pericolo con Berlusconi metà Mussolini metà Putin. In realtà quella di Veltroni non è una offensiva, bensì – nella sostanza – una vera e propria ritirata, un ritrarsi in vecchie e arretrate trincee lasciando scoperta e disarmata una vasta realtà sociale e produttiva non berlusconiana ed anche antiberlusconiana. Una sinistra tutta Beppe Grillo e Che Guevara è uno “zoccolo duro”, una platea eccitante, ma un bacino molto ridotto che vive in un “mondo a parte”, autoreferenziale e ripetitivo, che è del tutto estraneo ai cambiamenti. Per questa sinistra il Capitalismo e il Potere è sempre un “dejà vu” che conferma le proprie fissazioni. Ma – come dimostra il caso Alitalia – esiste un’Italia non berlusconiana ed anche antiberlusconiana fatta di sindacalisti come di imprenditori che non cavalca il “tanto peggio tanto meglio”, che non pensa di crescere nel fallimento, che non tifa per il crollo catastrofico del Sistema. Veltroni, Di Pietro, i no global hanno scelto di essere i protagonisti di aree elettorali molto minoritarie, definite e a se stanti. Il rafforzamento del governo non è una collezione di leggi ad personam: rifiuti, compagnia di bandiera, sicurezza, modo di lavorare nei servizi pubblici, avere insegnanti che non vadano in onda su “you tube” sono esigenze condivise su cui un'opposizione riformista avrebbe potuto incidere ed anche conseguire affermazioni.

Ora la prospettiva delle elezioni europee diventa ancor più drammatica per il PD nel senso che – purtroppo – il voto europeo è per gli italiani il voto meno “utile”, dove maggiormente si manifestano dispersioni. A ciò si aggiunge che il Parlamento dell’Unione è articolato prevalentemente in due gruppi: il democristiano-popolare ed il socialista-postcomunista. Barcamenarsi senza scegliere da che parte poi schierarsi e rincorrere il consenso estremista rischia di appannare ancor di più la propria immagine agli occhi del grosso dell’elettorato. La crisi economica mondiale vede in campo uomini come Tremonti e Draghi che suscitano una certa sicurezza e fiducia.

Il fatto che Veltroni alzi i toni in modo indiscriminato rischia di mettere il PD in un angolo autoestraniandolo agli occhi della gente dalla ricerca delle soluzioni.



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